Terzo mandato, decidano gli elettori

È proprio il caso di chiedersi, con Totò, se ci sono venuti o li hanno mandati, o meglio mandato. Perché sull’ipotesi di perpetuare le legislature dei presidenti di Regione e sindaci delle grandi città se ne stanno vedendo di ogni. Nel centrodestra come nel centrosinistra con strategie che potrebbero anche rivelarsi involontariamente autolesioniste per le due leader. Partiamo dal fronte più caldo. Sul terzo mandato sono botte da orbi tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Il primo lo vuole a ogni costo e non ritirerà dalla discussione l’emendamento legislativo che lo prevede. La seconda non è disposta a concederlo all’alleato. In ballo, com’è noto, non ci sono nobili questioni di democrazia, ma meri interessi delle due botteghe che ruotano intorno alla figura di Luca Zaia. Quest’ultimo, eletto alla guida del Veneto quattro anni fa con il 77% dei voti (circa il 70% dell’attuale quotazione del suo partito, la Lega nei sondaggi), non potrebbe più essere ricandidato. In verità, il suo sarebbe il quarto giro, ma la prima elezione è avvenuta prima dell’entrata in vigore dell’attuale normativa, che limita a due le possibilità di governare una Regione da parte della stessa persona.

L’ex Repubblica Serenissima andrà alle urne il prossimo anno. E Giorgia Meloni, il cui partito, Fratelli d’Italia non esprime il presidente di nessun grande territorio del Nord, vorrebbe accaparrarsi proprio il Veneto. Questo però significherebbe Zaia a spasso e in grado di insidiare la traballante leadership di Salvini alla guida del Carroccio. Oltretutto una Lega senza il Capitano al timone sarebbe un alleato certo più docile per il premier (ricordiamo che ama essere definita al maschile). Meloni potrebbe perciò portare a casa i proverbiali due piccioni con una fava. Il rischio autolesionistico però risiede nella sottovalutazione degli elettori veneti per cui Zaia è un nuovo Doge. Una sua detronizzazione ispirata da manovre di palazzo potrebbe pure indurli a punire il centrodestra pur non avendo mai manifestato particolari simpatie per lo schieramento avversario. In questo senso, il voto di domenica prossima in Sardegna (dove FdI ha imposto il proprio candidato sul presidente uscente, leghista e sostenuto anche dal Partito Sardo d’Azione) potrebbe dire qualcosa.

Ma la questione del terzo mandato agita anche il centrosinistra, in particolare il Pd, dove si cucina la solita specialità della casa, cioè la lite interna. Perché si sa che ai Dem, ormai sono rimasti solo i sindaci delle grandi e medie città e molti di questi avrebbero voglia di non interrompere l’emozione del potere. Contro il prolungamento è schierata la segretaria (lei sì predilige il femminile) Elly Schlein. Perché? Anche in questo caso non per ragioni ideali, bensì per tarpare le ali a Vincenzo De Luca, che è una specie di Zaia in Campania, dove ha fatto il pieno di voti. Si sa che tra i due non corre buon sangue. Però anche qui, la posizione della numero uno del Nazareno potrebbe diventare un boomerang. Allontanato dal suo trono di “Re di Napoli”, infatti, il vulcanico De Luca potrebbe marciare dritto sulla segreteria nazionale del partito, specie se alle europee il risultato fosse deludente.

Forse, per risolvere questo marasma, basterebbe lasciar decidere i cittadini. Dovrebbero essere loro, attraverso il voto, a stabilire quanti mandati può fare un sindaco o un presidente di Regione. Un tempo succedeva così, la legge non prevedeva limiti. Ma all’epoca, primi cittadini e governatori erano scelti dai partiti. Ora che sono eletti direttamente, guardacaso, sono stati messi dei paletti.

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