«Sono un ingegnere mancato e sindacalista per caso». Intervista a Giorgio Benvenuto

Per presentare l’avventura umana, sindacale e politica di Giorgio Benvenuto occorrerebbero diverse pagine. Ma è un lusso che in questa sede non ci possiamo permettere. Perciò, consci di tracciare un profilo assai sfumato, ci limitiamo a dire che la sua figura rappresenta un pezzo della storia dell’Italia.

Nato a Gaeta nel 1937, Giorgio Benvenuto ha conosciuto gli orrori della Seconda guerra mondiale. Finito il conflitto bellico peregrina con la famiglia in diverse città d’Italia per approdare nel 1950 a Roma, dove vive tutt’oggi.

Dal 1969 al 1976 è stato Segretario generale della UILM (Unione Italiana Lavoratori Metalmeccanici). Nel 1972 ha fondato, con Pierre Carniti e Bruno Trentin la Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM). Dal 1976 al 1992 è stato Segretario generale della UIL (Unione Italiana del Lavoro).

Lasciata l’attività sindacale è nominato Segretario Generale del Ministero dell'economia e delle finanze (“sempre come persona formata dal sindacato”, ci tiene a precisare Benvenuto). Sul piano politico ha militato nella sinistra riformista ed è stato deputato per diverse legislature. Dal 2015 al 2018 è Presidente della Fondazione Pietro Nenni. Autore di numerosi saggi di carattere economico e sindacale è attualmente Presidente della Fondazione Bruno Buozzi.

Perché ha deciso di fare il sindacalista?

Per un caso della vita. Mio padre voleva che studiassi legge per poi aprire uno studio legale insieme a lui. Ma io volevo fare l’ingegnere, e così finimmo per litigare. All’epoca avevo appena 17 anni e mi rivolsi a un mio zio per trovare lavoro. Io provenivo da una famiglia che vedeva la presenza di un ammiraglio, mio padre, un generale, un magistrato e questo mio zio era considerato la pecora “rossa” della famiglia perché era socialista e sindacalista. Comunque, fu proprio lui a trovarmi un’occupazione nella segreteria di Italo Viglianesi, allora Segretario generale della UIL. Era il 1955 e avevo conquistato la mia indipendenza. Ma devo ammettere che pur avendo studiato conoscevo il sindacato molto vagamente. Per me era una realtà che proclamava scioperi e si scontrava in piazza con la polizia. A malapena sapevo della CGIL, che era il sindacato più grande, mentre la UIL costituiva un’entità del tutto sconosciuta. Tuttavia, nel sindacato ho passato gran parte della mia vita. In definitiva posso dire di essere un ingegnere mancato e un sindacalista per caso.

Come fu l’impatto con questo mondo a lei sconosciuto?

Molto positivo. Ovviamente io ero l’ultima ruota del carro e stavo nell’anticamera di Viglianesi. Ricordo che, a causa della severa educazione ricevuta da mio padre, ogni volta che entrava qualcuno mi alzavo in piedi e gli davo del lei. Finché un giorno un sindacalista mi fece capire che non stavamo in caserma, che non era necessario scattare sull’attenti quando entrava qualcuno e che alla UIL ci si dava tutti del tu. Si tratta di un episodio indicativo del fatto che nel sindacato aleggiava il senso della fraternità. Una fraternità che ho vissuto nella UIL e anche con la CGIL e la CISL, organizzazioni con cui ho avuto stretti rapporti per molti anni. Ma tornando ai miei primi passi ho dovuto imparare. Mi è stato insegnato come si dovevano affrontare i problemi e mi hanno fatto partecipare a dei corsi di formazione sia in Italia che all’estero. Devo dire che ho avuto la possibilità di vivere il cambiamento dell’Italia da paese rurale, uscito da una dittatura e da una guerra devastante, a paese moderno, industriale, democratico. E devo aggiungere che ho condiviso questa trasformazione con tante persone con cui ho fatto amicizia e sono rimasto in contatto per decenni.

Che cosa l’ha colpita di più durante questi primi passi nel sindacato?

Che coloro che si impegnavano maggiormente non erano gli impiegati, ma gli operai. I quali erano autodidatti, ma di un’intelligenza straordinaria. Avevano una competenza e una conoscenza incredibile. Io andavo all’università, mi sembrava normale… invece loro avevano dovuto studiare da soli. Quando facevo le trattative ho conosciuto operai che non avevano potuto studiare, ma che avevano più accortezza di quanta ne avessi io e me l’hanno insegnata. Per loro sapere voleva dire essere capaci di risolvere i problemi.

Quand’è che si è innamorato di questa attività?

Da subito, perché ho visto che c’era la possibilità di fare e si potevano avere delle idee con una libertà straordinaria. Che per me era ancor più straordinaria perché venivo da un ambiente familiare molto rigido. Invece nel sindacato si poteva dire ciao a Viglianesi, c’era un senso di libertà, di maturità. E il fatto che mi potevo misurare con un lavoro fatto non per guadagnare, ma come un impegno verso gli altri mi gratificava. Mi gratificava perché arricchivo la mia conoscenza e contribuivo a risolvere i problemi.

Fare il sindacalista è un mestiere come un altro?

No, nella maniera più assoluta. Le situazioni non si cambiano da soli. Occorre realizzare le condizioni di unità e di solidarietà. Occorre elaborare insieme agli altri idee e proposte. Il sindacalista deve avere voglia di conoscere, di capire. Per me fare sindacato è una cosa bellissima, perché permette di agire nel concreto, permette di dialogare. Devi confrontarti con i problemi, non solo enunciarli. Dove c’è un problema c’è anche una soluzione. Una soluzione che si deve trovare. Debbo ammettere che ho avuto una particolare fortuna: quella di aver vissuto l’età dell’oro del sindacato. Un’età nella quale il sindacato era molto popolare, molto presente e aveva uno straordinario rapporto con i giovani. Il sindacato degli anni ’60 e ’70 era pieno di giovani. Giovani desiderosi di sapere, di conoscere e di migliorare. Giovani che sentivano forte il valore della solidarietà.

In quegli anni anche lei era giovane. Quindi si intendeva facilmente con i lavoratori.

  Non era e non è così scontato. Sia ieri che oggi il sindacalista bisogna saperlo fare. A me hanno insegnato ad andare fuori delle fabbriche a parlare con i lavoratori e a distribuire i volantini, perché dentro era vietato. Era difficile tenere riunioni. E bisognava aver l’umiltà di non dare lezioni. Si dialogava per comprendere i problemi e il rapporto era costruttivo. Questo metodo andrebbe riproposto oggi, perché come allora c’è una situazione di grande cambiamento nel mondo e bisogna aprire il dialogo con i giovani.

Un impiegato produce documenti, un operaio manufatti, un tecnico tecnologia. Cosa produce un sindacalista?

Produce solidarietà. Il sindacalista non dev’essere un agitatore. Il sindacato deve avere la capacità di trovare le soluzioni, deve avere passione e non deve mai darsi per vinto. Si può essere sconfitti, ma bisogna avere la capacità di continuare a insistere per risolvere i problemi. Il sindacalista deve coinvolgere attraverso il dialogo, perché le battaglie si vincono se si convince. Ma per convincere le persone occorre dialogare con loro dando la possibilità di comprendere. Oggi si utilizzano strumenti come Twitter e Facebook, che sono utili per indicare quali sono i problemi. Ma per risolvere i problemi serve convincere e per convincere serve il dialogo.

Consiglierebbe a un giovane di intraprendere l’attività sindacale?

Sì, perché oggi il sindacato è più organizzato, più forte ed è l’unica realtà non individualista. Oggi il sindacato deve contrattare l’innovazione tecnologica e l’uso dell’intelligenza artificiale. E sono i giovani a potersi fare carico di tutto questo perché nascono immersi nell’ambiente digitale. Bisogna dargli la possibilità di valorizzare la professionalità. La politica è indietro, mentre il sindacato è ragionevolezza, stabilità, capacità di fare riforme. Ma non deve dividersi. Quando abbiamo fatto l’unità sindacale dei metalmeccanici, erano i giovani a chiedercelo. La storia non si ripete, ma i giovani possono fornire nuove idee e nuove energie. Sta al sindacato trovare il modo di aprirgli le porte.

 

Roma, 20 dicembre 2023

A cura dell’Ufficio comunicazione UIL Pubblica Amministrazione

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