Com’è dura per un vecchio

perdere una primavera

Sono vecchio e questo maledetto coronavirus mi mette addosso una gran paura perché so che il virus si diverte ad accanirsi anzitutto su di noi che abbiamo tanti “anta” sulle spalle, siamo deboli, malati, anneghiamo nelle pastiglie. In questi giorni ho sentito più volte, ho letto commenti che ci riportano alle guerre: «È come se fossimo in guerra». O addirittura che questo Coronavirus è peggio della guerra, fa più paura, crea più vittime della guerra. E’ vero? Non lo so. Difficile, forse pure inutile, fare un paragone. Non penso ci sia un metro per le paure. Noi vecchi come me la paura della guerra l’abbiamo vissuta, anche se eravamo bambini e forse per questo ancora di più. Avevo sette anni quando la guerra finì. Me li ricordo, eccome me li ricordo gli spaventi, i momenti di terrore, l’angoscia , il cuore che batteva ancora più forte di adesso quando mi prende la fibrillazione del cardiopatico. Le bombe che esplodevano, mia madre ferita, la cuginetta Gianna morta, poi il frastuono delle bombe che cadevano, per fortuna, lontano, il rombo incessante delle fortezze volanti che continuavano a rombare nel cielo, la sirena degli allarmi. Poi lo sgomento davanti alla nonna in lacrime che piangeva il figlio morto in battaglia. Era quella però la paura di un bambino. Era sicuramente un’altra paura, diversa rispetto a questa con cui questo maledetto Coronavirus ci stringe il cuore. Questa è la paura di un vecchio il quale ha il terrore che questa situazione tremenda che si è creata ti porti via anche gli “ultimi spiccioli” che hai in tasca.

Quando, da bambino durante la guerra, il rombo delle fortezze volanti finalmente cessava, quando lo scoppio delle bombe si trasformava in un silenzio lugubre, comunque una quiete, il terrore cominciava a sfumare in una calma molto bella anche perché sempre accompagnata dalla speranza, un patrimonio che nei bambini è sempre grande e sempre presente. Poi sentivamo spesso i genitori dire: «’Na volta o l’altra questa guerra finirà». Quindi la nostra era speranza concreta, vera, forte, vibrante.

A dire la verità e cercando di scrollarci di dosso almeno un po’ delle angosce magari si può pure azzardare a dire che adesso a noi vecchi, almeno qualche scampolo di speranza è rimasto: ci mancherebbe altro. Ma anche questa residua speranza di adesso, come per la paura, è assai diversa di quella di un tempo quando eravamo bambini e riuscivamo a divincolarci dagli spaventati per la guerra che incombeva che, portava lutti e dolori. Quella attuale è una speranza, per così dire al lumicino, un po’ sbatacchiata da tutte le parti a causa di un’infinita sequenza di orrende cose che accompagnano questa tragica pandemia. A questo punto però dico a tutti i “matusa” come me di tirar fuori l’ultima risorsa, aggrapparci all’ultimo avanzo di questa fiducia E osservare questo Coronavirus come una stravaganza tragica che ci è toccato vivere una realtà inedita. Al genere umano mai era capitato di dover soggiornare con un cataclisma come quello che ora ci tocca. Nessuno storico può raccontare, di interi popoli costretti in passato a chiudersi in casa, a dover subire sanzioni perché colti in giro a far quattro passi. Mai nella storia dell’umanità è capitato di chiudere chiese, fabbriche. Nemmeno sotto i terribili bombardamenti di Milano, di Dresda, di Londra le chiese furono chiuse. Con quel poco di sorriso ironico che sono riuscito a scovare, penso quindi ai miei nipotini che quando saranno nonni a loro volta, racconteranno ai loro nipoti che “da bambini ci fu impedito di andare a scuola, all’ oratorio per molto tempo, di correre in strada“. Poi che chiusero addirittura il santuario di Lourdes e che in cielo era difficile vedere un aereo volare. E quelli sicuramente non ci crederanno.

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