«Ospedale verso la normalità  In chirurgia si torna a operare»
Dopo mesi in emergenza, all’ospedale si vede qualche segnale incoraggiante

«Ospedale verso la normalità

In chirurgia si torna a operare»

Intervista Il primario del Manzoni di Lecco, Mauro Zago: «Vicini i ritmi abituali. I malati Covid sono in calo anche nella nostra area»

Uno spiraglio nel buio. All’ospedale Manzoni di Lecco si sta assistendo all’auspicata inversione di tendenza: sono molti di più i ricoveri non Covid rispetto ai ricoveri di malati di Covid. E si è ripreso, in parte, a operare chirurgicamente patologie (per ora solo tumorali) non urgenti.

Un sentiero, stretto, ma che sembra portare verso la strada della normalità. A parlarne è Mauro Zago, primario di chirurgia del Manzoni.

Siamo alla svolta?

Il sistema si ingolfa ancora perché anche se diminuiscono gli accessi Covid, c’è da rispettare tutta una serie di protocolli: c’è un’area filtro per chi ha una alta probabilità di avere il Covid e un’area filtro per chi ha un’anamnesi che non sembra riconducibile al Covid. Ci sono i tamponi da fare in ingresso, poi dopo tre giorni e dopo dieci giorni dal ricovero. Insomma, ci sono tanti impedimenti allo snellimento delle procedure, ma i malati Covid sono in diminuzione anche in area chirurgica.

Il malato da operare non Covid, però, a volte è anche più complicato, vero?

Il malato non Covid, in qualche modo, è un malato più “complicato” perché molto spesso è anziano. C’è un temporaneo rallentamento iniziale nell’accoglierlo per i motivi di cui sopra, ma nell’anziano c’è poi un rallentamento anche in uscita dall’ospedale perché si tratta di pazienti che si fa fatica a dimettere o ai quali bisogna trovare, in concomitanza con le dimissioni, una sistemazione idonea per problematiche sociali, organizzative, famigliari. Se poi hanno avuto anche infiammazioni temporanee, compreso il Covid, si creano altre situazioni di presa in carico complicate. Anche se l’assistenza domiciliare da noi è davvero efficiente.

Anche in corsia, prima e dopo un’operazione chirurgica il paziente anziano non Covid subisce comunque le limitazioni date dal virus

La chirurgia dell’anziano è complessa e viene appesantita dalla presenza del virus: il paziente è spesso in camera da solo per evitare al massimo contagi post operatori; ma essendo gli infermieri impegnati su più fronti o con protocolli di attenzione particolari, ecco che si crea una difficoltà ulteriore: più difficile stimolare l’anziano ad alzarsi, a camminare, a interagire con l’esterno. Il paziente anziano allettato fai più fatica a stimolarlo, soprattutto se è solo in camera, anche perché spesso è un grande anziano, ovvero quel paziente con più di 85 o 90 anni.

Poi ci sono le difficoltà non strettamente mediche. I parenti non entrano più in ospedale.

Le decisioni cliniche sono comunicate ai parenti telefonicamente. Un conto è parlare “de visu”, illustrando, dando anche una mimica ufficiale alle parole, il che spesso vuol dire moltissimo, e un altro è raccontare per telefono cos’ha il tuo caro, cercando di dare messaggi giusti né troppo allarmistici né troppo compassionevoli. In realtà il problema di saper gestire la comunicazione con i parenti è un problema. Dovremmo studiarlo di più, anche noi medici. Per fortuna clinicamente abbiamo una messe di criteri numerici per valutare la gravità dei pazienti, il che ci consente poi di interfacciarci con i parenti. Al netto del rischio di complicanze che è sempre in agguato.

Sono molti i pazienti Covid positivi operati chirurgicamente?

No. Sono abbastanza pochi. Uno su dieci, grosso modo. Diverso il caso del paziente che si positivizza. C’è sempre una possibilità di contagio anche in sede intraospedaliera, nonostante non entrino più i parenti e nonostante l’ospedale usi ogni precauzione. Se il paziente da operare si positivizza e ha bisogno dell’intervento, mettiamo sul piatto l’opportunità di operarlo o meno: un’urgenza ricondotta a una semi elettività l’abbiamo rimandata perché se da positivo asintomatico un paziente da operare sviluppa poi il Covid, diventa pericoloso operarlo: infatti l’ultimo caso che ci è capitato non lo abbiamo operato perché gli abbiamo detto che la mortalità da operazione, post chirurgica, è doppia rispetto al solito, in chi ha sviluppato il Covid. È tutto immensamente più complicato. Senza parlare dei tempi: questo soggetto, per esempio, doveva essere operato martedì. Siamo a mercoledì e farà ancora sette giorni almeno di ospedale prima di essere operato in attesa che si negativizzi. E poi sarà operato.

Ma c’è speranza che non si arrivi alla terza ondata e i problemi diminuiscano?

Le prospettive sono discrete: l’ospedale sta riprendendo dei ritmi un po’ più normali. La terza ondata, per adesso, non si è vista. E anche l’attività di elezione è ripresa. Ovvero, anche se a livello occasionale, stiamo incrementando l’attività per pazienti oncologici che avevano bisogno di questi interventi ma non a carattere d’urgenza. Non ho numeri, ma le prospettive di febbraio vanno verso l’allargamento dell’attività programmata. A febbraio, se il trend sarà questo, vorremmo dare risposta a patologie non maligne, non tumorali, ma che sicuramente stanno aspettando da un anno circa di essere trattate

Quali?

È un anno circa che non si fanno ernie, colecisti, patologie proctologiche, non urgenti naturalmente. Non le operiamo da parecchio. Speriamo di poterlo fare presto, vorrebbe dire che siamo alla normalità.


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