L’ex sindaco Puccio rivela:

«Mezza Lecco rischiò l’evacuazione»

Svelato un retroscena legato alla terribile frana del 23 febbraio 1969 - «Il ministero voleva sgomberare migliaia di case, dalle Caviate alla parte alta di Rancio fino al Caldone»

L’ex sindaco Puccio rivela: «Mezza Lecco rischiò l’evacuazione»
Nella terribile frana del 23 febbraio 1969 persero la vita sette persone

«La tragica frana del 23 febbraio 1969 portò con sé degli strascichi che pochi ricordano. Lecco nei mesi che seguirono la tragedia rischiò di perdere interi quartieri».

Sono le parole di Guido Puccio, sindaco di Lecco dal 1970 al 1975. Puccio era succeduto ad Alessandro Rusconi e di fatto si trovò a gestire le conseguenze di una frana che aveva suscitato grande impressione e preoccupazione non solo nella nostra città. Anche a Roma, infatti, giunsero gli echi della frana e si mise in moto la macchina dello Stato; una macchina che avrebbe voluto adottare soluzione drastiche.

«La frana – ci dice Guido Puccio - colpì al cuore tutti i lecchesi e quei sette morti erano un peso enorme da sopportare. La città era scossa, ma anche i mesi successivi furono piuttosto agiatati. C’è, infatti, una parte sconosciuta di questa vicenda che merita di essere ricordata». Guido Puccio si riferisce ai provvedimenti drastici che il Ministero dei Lavori Pubblici intendeva assumere d’imperio per evitare altre morti; a Roma non si volevano correre altri rischi.

«Il Ministero, consigliato da geologi catastrofistici, intendeva interdire alla popolazione tutta la zona delle Caviate e la parte alta di Rancio. Non solo, c’era anche un piano B che era ancora più drastico ed intendeva eliminare la popolazione sino al Caldone. Voi capite che per il Comune di Lecco erano provvedimenti che avrebbero svuotato interi quartieri della città con conseguenze inimmaginabili; le persone che rischiavano di perdere la casa erano tantissime». Puccio e la sua amministrazione non si diedero per vinti e, tutto a spese del Comune di Lecco, chiesero una consulenza ad un geologo austriaco: «Contattammo il geologo austriaco Mueller, aveva già ottant’anni ma era un grande esperto di frane. Dopo aver studiato la situazione ci confermò, con nostro grande sollievo, che non c’era bisogno di evacuare mezza città, si potevano adottare altri sistemi di grande efficacia».

Per l’allora sindaco fu una boccata d’ossigeno, ma a quel punto si doveva convincere il Ministero: «Andammo a Roma con Mueller ed incontrammo il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. Spiegammo tutta la situazione e fortunatamente il geologo austriaco riuscì a convincerli. Non c’era bisogno di buttar fuori di casa tanta gente, ma si dovevano adottare alcuni sistemi di difesa per proteggere la zona da altre eventuali frane».

Fu l’ottantenne geologo austriaco a introdurre così le reti di protezione: «Con Mueller fu attuato il piano di protezione con reti e sensori. Ed anzi fu ancora lui a sostenere la necessità di evitare un uso esagerato dei valli paramassi».

Come si capisce dalle parole di Guido Puccio, quella frana del 1969 fu una tragedia ma anche un fatto che costrinse tutti a ripensare il modello di protezione delle zone abitate sotto il San Martino: «In quei mesi agitati, di fronte alla prospettiva infausta di dover evacuare due quartieri della città, devo dire che si lavorò tutti insieme e con me ci fu anche quella minoranza della Democrazia Cristiana che non sosteneva politicamente l’amministrazione. Del resto la tragedia fu grande e non si potevano correre altri rischi così elevati».

L’ex sindaco ci ricorda anche le problematiche sorte in merito al fatto che coloro che abitavano le case travolte dalla frana non avrebbero dovuto essere lì: «Quelle case non avevano l’abitabilità, ma il fatto strano era che quelle persone pagavano luce e gas. Una situazione paradossale che purtroppo molti di loro pagarono con la vita».

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