Lecco. «Magari al 50%  Ma riapriamo appena possibile»

Lecco. «Magari al 50%

Ma riapriamo appena possibile»

Nelle fabbriche: Confindustria e Api sono preoccupate

«Per molte imprese impossibile resistere ancora molto»

Le parole del capo della Protezione civile Angelo Borrelli, ieri, hanno scosso non poco l’ambiente produttivo lecchese.

La prospettiva di dover aspettare fino al 16 maggio per poter avviare la fase 2 dell’emergenza sanitaria (la graduale ripresa di alcune attività) ha suscitato perplessità e preoccupazione, perché significherebbe dover tenere chiuse le imprese ancora per un mese e mezzo. Una cosa insostenibile per tante aziende che già hanno accolto con angoscia la decisione di prorogare le misure restrittive fino al prossimo 13 aprile compreso: dover aspettare fino a metà maggio metterebbe a rischio la tenuta del sistema.

«Pensare anche solo come battuta di tener chiuso fino a maggio è inammissibile – attacca Lorenzo Riva, presidente di Confindustria Lecco e Sondrio -. Per molte aziende significherebbe la chiusura definitiva e per tante altre vorrebbe dire riaprire ma ridimensionate, con un pesante danno anche per l’occupazione. Questo scenario non ce lo possiamo permettere».

Bisogna ripartire, secondo Riva, e in tempi non troppo lunghi. «In modo graduale, ma l’industria va rimessa in moto e seguendo scrupolosamente il protocollo di sicurezza è possibile. È nell’interesse di ogni imprenditore che i lavoratori stiano bene, quindi ciascuno metterà al primo posto la salute, ma dobbiamo per forza riaprire».

La “strategia comunicativa” (per lo più in realtà totalmente assente) è sbagliata anche per Riva. «La data del 14 aprile è stata recepita a malincuore dalle aziende, che resistendo ci potranno arrivare. Ma poi, con parole in libertà dette in radio, si comunica che si potrebbe arrivare fino a metà maggio: come l’annuncio su Facebook del premier Conte, è pura follia. Vuol dire creare panico nel Paese e non conoscere gli effetti delle loro parole sulla gente. Serve fermezza: con questo virus dovremo convivere per mesi, fino alla messa a punto del vaccino, abituandoci a distanze, mascherine e guanti che ci permettano di vivere in modo quasi normale».

È sconsolato, invece, il presidente di Api Luigi Sabadini, che si aspettava comunicazioni di tutt’altro tenore già nei giorni scorsi e che oggi si è trovato a dover commentare una prospettiva tutt’altro che rosea per l’economia industriale lecchese.

«Pareva che si stesse andando verso una graduale riapertura dal 6 aprile, grazie alle garanzie del mondo imprenditoriale che si era impegnato sull’effettuazione di screening e tamponi ai dipendenti per assicurare certezza e sicurezza sui luoghi di lavoro. Invece prima si è arrivati al 14 aprile, poi al primo maggio e ora al 16: non hanno idea di cosa stanno facendo, ma questa improvvisazione continua è controproducente».

Sabadini ha ripreso quindi i concetti esposti anche dal presidente nazionale Confapi Maurizio Casasco. «Serve una regia europea, per evitare che misure adottate in modo diverso dai Paesi finiscano con il penalizzare le nostre imprese, come sta già accadendo. È inutile dare liquidità alle imprese se poi le lasciamo morire: se non ripartiamo i fornitori e i clienti abbandoneranno l’Italia. Già la situazione attuale, con la perdita di queste settimane di fatturato, causerà danni importanti: non tutti supereranno indenni questo periodo. Prolungare la sofferenza del nostro sistema produttivo- conclude il presidente di Api Lecco - fino a metà maggio difficilmente potrebbe essere digerito senza scossoni. Bisogna ripartire, anche se solo al 50%».


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