Lecco: «La guerra contro
la mafia non è finita»

ESCLUSIVO Parla il supertestimone lecchese che fece arrestare i boss dell’omicidio del giudice Rosario Livatino. «Che tristezza vedere che la Stidda si è riorganizzata, che Gallea era tornato operativo. Ma lo Stato ha reagito»

Lecco: «La guerra contro la mafia non è finita»
Fermo immagine di un summit di mafiosi, i boss stavano ricostruendo la Stidda

«Che tristezza, appena ho letto la notizia non ci volevo credere. Ho riletto, anzi rivissuto, una pagina che credevo chiusa per sempre».

Non c’è paura, solo amarezza nella voce di Piero Nava, primo testimone di giustizia, originario di Lecco e coinvolto nel 1990 nell’identificazione dei killer del giudice Rosario Livatino.

In auto per lavoro, la mattina del 21 settembre Nava stava transitando sulla provinciale fuori Agrigento quando assistette all’esecuzione del giudice, per poi scegliere immediatamente di allertare le forze dell’ordine, testimoniare e di fatto fare la sua parte lungo tutto l’iter giudiziario. Il prezzo da pagare sarebbe stato l’abbandono del lavoro, dei suoi affetti, della sua quotidianità. Persino del suo nome e, per molti anni, anche della sua stessa libertà.

Una notizia sconvolgente

La notizia che Piero Nava commenta, invece, è quella rimbalzata ieri su tutti i media nazionali: a Canicattì la Stidda stava tornando a riorganizzarsi, tra gli altri anche intorno alla figura del boss Antonio Gallea, indicato come mandante dell’omicidio Livatino, che avrebbe sfruttato alcuni permessi premio per tornare ad operare sul territorio.

Gallea, fuori dal carcere, era tornato a comandare. La Stidda – che nei primi anni ’90 è lasciato in Sicilia una scia di sangue profonda, caratterizzandosi per la violenza brutale con cui cercava di conquistare il controllo del territorio – era pronta a rialzare la testa

«L’omicidio del giudice Livatino è stato l’atto più cruento messo in atto dalla Stidda, un clan emergente che operava nella zona di Palma di Montechiaro, ma è stato anche l’atto che aveva messo fine alla cosca: anche grazie alla mia testimonianza i boss e i bracci armati stiddari erano stati tutti incarcerati, condannati al carcere duro, quasi tutti all’ergastolo. Ero convinto che fosse stata messa per sempre la parola fine, ma la cultura mafiosa è un nemico difficile da sconfiggere».

L’ennesima prova, secondo il super testimone, che «la guerra alla mafia non è finita».

Nava, che ha consegnato la storia dei suoi trent’anni in fuga nella biografia “Io sono nessuno” (scritta insieme ai nostri colleghi lecchesi Paolo Valsecchi, Lorenzo Bonini, Stefano Scaccabarozzi), ora vive in una località segreta, con una nuova identità. E’ irrintracciabile e irriconoscibile.

«Da tempo non ho paura»

«Non ho paura, non ne ho più da tempo ormai. Vedere i boss tornare operativi e tessere traffici e delitti, nonostante il carcere, nonostante gli arresti, dimostra che la mafia non si sconfigge solo con la repressione. Non bastano le manette, non basta la prigione per isolare questi individui: tocca alla società civile metterli in un angolo, rompere ogni rapporto, impedire loro di trovare terreno fertile».

«Purtroppo, come ho già ripetuto tante volte, con la mia vicenda lo Stato ha perso l’occasione per farsi “pubblicità”, permettetemi di usare questo termine, ha perso l’occasione di portare un esempio positivo di senso del dovere in quei luoghi dove la mafia riesce ad attecchire grazie alla mancanza di lavoro, di futuro e di prospettive per i giovani».

C’è un senso di amarezza, insomma, nel tono di Nava, ma la fiducia nello Stato è comunque il messaggio che consegna al termine del dialogo: «La lotta non è finita, è vero. Ma anche questa volta le Forze di Polizia sono riuscite a fermare i boss, è la dimostrazione del grande lavoro fatto dalla magistratura. Spero davvero che ora non gli sia più concessa alcuna semilibertà».

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