L’agente morto, il pm chiede di archiviare
L’agente della Polizia stradale di Bellano Francesco Pischedda

L’agente morto, il pm chiede di archiviare

Colico, il magistrato inquirente prende atto delle conclusioni del suo consulente: Pischedda non si poteva salvare. La compagna e la famiglia d’origine si oppongono, ci sarà udienza davanti al giudice preliminare il 13 febbraio.

Per il pubblico ministero Paolo Del Grosso, l’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Lecco sulla morte dell’agente della Polizia stradale di Bellano Francesco Pischedda è da archiviare. Quella sui presunti ritardi e le presunte sottovalutazioni del quadro clinico del poliziotto, quanto meno: una decisione presa sulla base della consulenza del medico legale Paolo Tricomi, che ha eseguito l’autopsia sul cadavere dell’agente, originario della Sardegna ma residente a Dubino, morto a 28 anni il 3 febbraio dell’anno scorso a causa della gravissima emorragia interna, dovuta alla rottura dell’aorta, dopo un volo di 7 metri dal viadotto della statale 36 di Curcio, territorio comunale di Colico, mentre inseguiva un ladro.

Stando al consulente, dunque, non avrebbe fatto molta differenza se Pischedda fosse stato immediatamente trasportato all’ospedale di Lecco invece che, inizialmente, a Gravedona: sarebbe morto comunque. Una conclusione, quella a cui è giunto il magistrato inquirente, a cui si oppongono le parti offese, ossia l’allora compagna dell’agente così tragicamente perito anche a nome della figlioletta piccolissima e la famiglia di origine: che, tramite i rispettivi legali, hanno presentato opposizione alla richiesta di archiviazione del fascicolo chiesta da del Grosso al giudice delle indagini preliminari.

Se ne discuterà in sede di udienza di opposizione all’archiviazione, fissata per il prossimo 13 febbraio davanti al gip Massimo Mercaldo. In quella sede, gli avvocati che rappresentano i familiari di Pischedda avranno la possibilità di presentare controdeduzioni anche tecniche, nel tentativo di dimostrare - dunque - che il loro caro avrebbe potuto salvarsi, se non avesse prima dovuto a lungo aspettare un’ambulanza che lo trasportasse a Gravedona e poi dal nosocomio dell’alto lago (dove le sue condizioni furono subito definitiva gravissime e non gestibili dal presidio) a Lecco, dove arrivò, circa cinque ore dopo la caduta dal viadotto, ormai privo di vita.

Si profila uno scontro tra consulenza insomma, con il giudice preliminare a fare da arbitro e a determinare se effettivamente qualcuno sia responsabile della morto del giovane. Al momento, il fascicolo è comunque contro ignoti.


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