Coronavirus, introvabili le mascherine

Coronavirus, introvabili le mascherine

Le aziende di anti infortunistica hanno finito le scorte e i loro fornitori non sono in grado di reintegrarle

Qui non servono ma vanno a ruba anche se quasi tutte sono prodotte in Cina. Che ha sequestrato le fabbriche

Cominciano a scarseggiare anche da noi, le mascherine. Non solo quelle sanitarie che si trovano in farmacia, ma proprio tutte, di qualunque tipo, soprattutto quelle usate dalle industrie, dalle officine, dalle verniciature e dalle saldature. I cosiddetti Dpi, dispositivi di protezione individuali, che altro non sono che mascherine, guanti, scarpe, imbragature, caschetti. Da quelle normali, a quelle più specializzate con tanto di valvola per i fumi di saldatura, sia quelle tecniche per chi usa solventi o acidi. Una mancanza che cominciano a registrare prima di tutto le società che garantiscono forniture di materiale antinfortunistico alle aziende brianzole e lecchesi.

«Da almeno un paio di settimane riuscire a procurarsi delle mascherine è un’impresa – commenta ad esempio Federico Perego, il titolare della Utfer di Merate – e parecchi nostri clienti continuano a chiederle, a farne scorta, ma i grossi fornitori, dai produttori ai grossisti ormai sono rimasti sprovvisti. Addirittura un grossista ci ha comunicato che non sarà più in grado di fornire mascherine per mesi perché la sua fabbrica in Cina è stata messa sotto sequestro dal governo di Pechino per esigenze interne. Tutta la produzione è rivolta solo ed esclusivamente alle forniture sanitarie per la popolazione cinese».

E purtroppo questa scarsità si sta riflettendo anche su altri prodotti antinfortunistici, in particolare i guanti monouso in lattice e vinile, altro articolo che è prodotto prevalentemente in Cina e di cui stanno finendo le scorte, con tutta la produzione rimanente assorbita dal mercato cinese. In alcuni casi si arriva addirittura a paradossi incredibili, come quello raccontato da un rappresentante di case di abbigliamento e prodotti antinfortunistici, che serve aziende della Brianza meratese e non, Eros Nola: «Mi ero preso tre giorni di ferie ed ero andato in montagna. Assieme ad altre telefonate mi arriva quella di un mio cliente, il titolare di un negozio cinese. Mi dice, Eros, ho un bonifico da 200mila euro pronto, dimmi dove te li devo mandare per le mascherine. Ho risposto con una battuta: tu comincia a mandarli, poi quando sono pronte te le invio. Non c’è nulla da fare, il mercato si sta prosciugando».

Addirittura uno dei marchi storici del settore, che produce in Italia articoli di alta qualità e mascherine che costano il triplo delle altre, quindi per forniture di nicchia «ha iniziato a lavorare su tre turni. E le vende tutte, ci sono compratori cinesi che stanno facendo incetta, non guardano il prezzo, pagano sull’unghia, basta dargliele». A quanto pare il governo cinese ha stanziato ingentissimi fondi per fare fronte all’enorme richiesta di questi articoli per la popolazione cinese, e ha attivato tutti i connazionali, in ogni parte del mondo, perché le procuri ad ogni costo. Questa ricerca spasmodica sta avendo effetti anche su un’altra tipologia di articoli, le tute protettive, antipolvere e anti vernice, da quelle più pregiate e costose in “tyvek” a quelle di tessuto non tessuto, sempre usate in alcune lavorazioni di aziende lecchesi, in particolare le verniciature.


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