Con “Giù a manetta”

anche nel Lecchese

il tour dei Sulutumana

PasturoTappa in Valsassina per la Sagra delle Sagre

Presenteranno il nuovo album “live” registrato ad aprile
Scelta coraggiosa, che rispecchia la “carica” dei concerti

Certi album sono più importanti di altri e questo doppio live, il primo della lunga carriera dei Sulutumana, indubbiamente lo è.

Innanzitutto bisogna riflettere sul senso stesso di un disco dal vivo. Un tempo era un must per ogni artista degno di questo nome, che poteva mostrare la sua arte come performer, diversa dalle rifiniture in studio, senza sovraincisioni, senza la possibilità di ripetere un brano (magari un singolo passaggio) ad libitum fino ad azzeccare la versione giusta. E tanti baravano: alcuni inorridirebbero scoprendo che una buona percentuale dei suoni di dischi entrati nella storia e spacciati come testimonianza di un concerto, sono stati ampiamente ritoccati in studio in un secondo tempo.

Comunicare e divertirsi

Ma poi il tempo passa, nasce la musica digitale, la musica viaggia in rete e chiunque riprende e registra qualsiasi performance. C’è chi è corso ai ripari vendendo live di tutti i concerti on demand, ma così facendo, il disco dal vivo non è più tale, ma è solo un disco dal vivo. Fra tanti.

Ebbene, per i Sulutumana il discorso è completamente diverso. Le registrazioni in studio restituiscono tutta la poesia delle liriche, l’inventiva degli arrangiamenti, la perizia di tutti i musicisti. Ma sul palco, da sempre, sono un’altra cosa. Per il rapporto che sanno instaurare con il pubblico, sia con quello che li segue dagli albori che con chi è di più recente conversione alla causa, perché i Sulu causano dipendenza e non si contano più quelli che li seguono in ogni occasione, come accade per Springsteen e per altri artisti maggiori. Del resto se questo gruppo resta di culto e non ha mai raggiunto le vette commerciali che avrebbe comunque meritato, non significa che non produca opere altrettanto importanti.

Per i Sulutumana stare in scena significa anche e soprattutto comunicare, divertirsi e divertire: con gli anni Gian Battista Galli è diventato un maestro nello stemperare l’intensità dei suoi testi nell’ironia con cui ne colora le presentazioni. Sa di poggiare su una base strumentale solidissima garantita da Francesco Andreotti, pianista dal tocco personalissimo e sempre ricco di gusto, da Nadir Giori, un jazzista prestato volentieri alla canzone d’autore, un contrabbasso che non si limita a contrappuntare le linee melodiche e a marcare il ritmo, ma si abbandona volentieri a sprazzi lirici sempre emozionanti, da Beppe Pini, l’acquisto più recente, ma chitarrista di lungo corso, di quelli che sanno sacrificare il proprio virtuosismo per individuare la nota più giusta al momento giusto per dare un colore particolare al brano, da Marco Castiglioni, a sua volta proveniente dal jazz e, quindi, in grado di sorprendere alla batteria con figure ritmiche inattese e ricche di swing, da Angelo Galli, vero e proprio autore della colonna sonora di ogni pezzo con i suoi aggeggi mentre un flauto sempre discreto e doppie voci di millimetrica precisione danno il tocco definitivo.

Grazie alla Radio svizzera

Ma quale concerto scegliere? Come essere certi di fermare per sempre l’esibizione giusta? Per non sbagliare, i sei hanno approfittato dei mezzi tecnici realmente poderosi della Rsi, la Radio della Svizzera Italiana che ha ospitato band e un piccolo pubblico il 30 aprile scorso, ospiti di Gianluca Verga: o la va o la spacca, per forza buona la prima, tutto di fila, giù a manetta. E “Giù a manetta” è il figlio di un evento impeccabile, con la band al meglio, con pochissime micro imperfezioni (di quelle che solo i musicisti stessi riescono a cogliere), lasciate comunque sul documento che, quindi, è tale e non è stato artefatto a porte chiuse. Repertorio ben scelto – tenuto conto della recente pubblicazione di Non c’è limite al meglio che rielaborava i pezzi più celebri. Arrangiamenti spesso stravolti (“La danza” è ormai un viaggio nella notte sotto le stelle del jazz che qui si trasforma, con irridente auto irriverenza, nella popolare “Donne donne gh’è chì el magnano”), molta passione, un piccolo doppio omaggio (Andreotti accenna “Lugano addio” di Ivan Graziani all’inizio di “Piccola veliera” rendendo omaggio al luogo della registrazione), la consapevolezza di avere davvero realizzato il live atteso da sempre.

Il prossimo appuntamento del nuovo tour “Giù a manetta” è in programma per venerdì a Madesimo alle 20, al Rifugio Stuetta, quindi giovedì 11 agosto tutti a Vabrona, al Bar Corni dalle 21. Nel Lecchese, da non perdere il concerto di Barzio, sabato 13 agosto, alle 21, nell’ambito della Sagra della Sagre.


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