Il Repice bluceleste: «Rivoglio calcio vero»

L’intervista La voce più famosa delle radiocronache nazionali si racconta, a partire dai trascorsi a Lecco: «Fui cacciato dal Manzoni per aver risposto alla Nava. Ricordo le giovanili e mister Titta Rota a Calolzio»

Il Repice bluceleste: «Rivoglio calcio vero»
Francesco Repice, storico radiocronista Rai e uomo di calcio

C’è un insospettabile “simpatizzante” bluceleste tra le fila dei maggiori e migliori radiocronisti sportivi. Forse il migliore di tutti. Definirlo tifoso del Lecco è troppo. Ma lui, Francesco Repice, classe 1963, calabrese di origine e “romano de Roma” di adozione, lecchese “temporaneo”, è interessato al calcio a tutto tondo. Soprattutto a quello “dei campanili”. Della serie C per intenderci.

Lecco, dunque, dove ha anche giocato nelle giovanili (lui ricorda il dottor Volpi in prima squadra), da giovanissimo, ma anche le squadre calabresi (arrivò fino al Vigor Lamezia). E, d’altronde, Repice, che era figlio di un massimo dirigente della Boselli di Garbagnate Monastero, a Lecco ha fatto la terza media (alla Tommaso Grossi) e la quarta ginnasio (al liceo classico Manzoni). Lecco se la ricorda bene, insomma. E ha giocato anche all’Aurora San Francesco e al Pescarenico. Tra i 12 e i 14 anni prima, e a 16 anni poi. Seguendo il padre nelle sue trasferte.

Ma torniamo al calcio e alla serie C. A quel calcio “vero” che a Repice piace più della serie A: «Sono interessato al Lecco, ma di più alle squadre calabresi come Reggina, Cosenza, Crotone, Catanzaro, oltre alla Roma per cui sono pazzo. E il Frosinone perché lì vivono il calcio come piace a quelli della mia generazione. Io vengo dalla Curva della Roma, sono cresciuto mangiando panini con la mortazza, bevendo il vino dalla tanica. Partivo con lo striscione sul treno. Come fanno ancora i ciociari, che sono molto vicini ai calabresi. Sono gente vera, genuina, sanguigna. Come i lecchesi, no?».

Insomma, il Lecco affronterà il prossimo campionato lottando, sudando, senza essere al centro dei riflettori, senza poter essere inserito nelle formazioni della PlayStation. Ma per Repice è una fortuna: «Credo in realtà che il calcio dei campanili non sia una stupidaggine. Ho un’immagine del pallone nostalgica, dovuta forse all’età. Vedo ancora i numeri da 1 a 11. I miei giocatori non si depilavano. Il calcio del campanile ha un’affezione pura, disinteressata, che è la vera spinta del calcio, al di là di ogni retorica. Se non si comincia da lì, si arriva solamente ai videogiochi che non sono il pallone, sono un’altra cosa. Se vedo un nipote, il figlio di un amico, che si prepara a giocare la sua partita al campetto, sapendo che non guadagnerà mai i milioni né sarà mai come Messi, ma gioca solo per assaporare quel momento. Allora mi riconcilio con il calcio. Si gioca solo per quello. Quando ti arriva la palla dal cross e sai che ce la fai, che prenderai il pallone di testa. Quell’attimo lì, è la spinta per tutto il resto. E chi non l’ha vissuto si deve accontentare della PlayStation. Se non hai fatto la doccia nello spogliatoio, se non hai litigato con l’arbitro, con un avversario, se non sei uscito sporco di fango dal campo, allora ti devi accontentare della PlayStation, del Var».

A proposito di campanili, Francesco Repice il Matitone di San Nicolò se lo ricorda bene. «Ho fatto la terza media alla Tommaso Grossi e la quarta ginnasio al Manzoni con la storica preside Nava. C’era la statua di don Ticozzi, fuori. Mi hanno cacciato. Come? Un giorno la Nava entra e fa: “Hanno telefonato che c’è una bomba, ma noi non cederemo a queste intimidazioni. E se del caso moriremo qui tutti come don Ticozzi (che morì sulla sua cattedra di preside del classico nel 1958, ndr)”. Io le risposi con un sonoro “Ma muorici tu qui” e me ne andai. Per cui poi i miei mi mandarono in collegio a Cosenza».

Insomma, non uno studente modello: «In realtà avevo tutti 8 e 9 tranne che in matematica. Ma il clima era molto rigido. Diciamo che mi divertivo di più a giocare a calcio. Per tornare a bomba: ebbi anche il mitico Titta Rota come allenatore, mi pare al Calolziocorte. E neanche lui mi fece mai vedere una lavagna con la tattica. Una volta ti dicevano solo: “Lo vedi il 7? È il migliore. Non lo mollare mai”. E dire che io facevo la mezz’ala.Insomma, non mi interessano il “braccetto”, la “marcatura preventiva” il “quinto che scala”. Ma per piacere. Il calcio è un’altra cosa e spero che a Lecco sia rimasto un po’ così. È il mio augurio».

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