Povero Silvio: è arrivato   ai titoli di coda

Povero Silvio: è arrivato

ai titoli di coda

Dov’è finito Antonio Cornacchione, il cabarettista che visse il suo warholiano quarto d’ora di celebrità con il tormentone “povero Silvio” lanciato nell’epoca in cui all’ex Cavaliere andava bene tutto?

Adesso non farebbe più ridere, nell’ora in cui davvero Berlusconi, almeno dal punto di vista politico, è finito in povertà che più non si può. Carestia di voti che si riducono giorno dopo giorno nei suoi amati sondaggi, assenza che pare irreversibile da quei riflettori del tanto da lui vituperato teatrino della politica in cui ha imperversato per anni. E, incredibile a dirsi, perché finora non era mai accaduto nella buona come nella cattiva sorte: crisi di leadership.

Pochi se ne sono accorti e anche questo la dice lunga. Dietro al declino del centrodestra, cannibalizzato dalla voracità politica di Matteo Salvini, uno squalone in questo senso, c’è anche, forse, la definitiva uscita di scena di Silvio Berlusconi. La scenetta del post elezioni al Quirinale, quando con le mani si prendeva gioco dell’alleato divenuto ingombrante, è stato un canto del cigno. Perché, dal quel momento, e dopo la scelta di Salvini dell’innaturale abbraccio con i Cinque Stelle (due populismi sì, ma di natura diversa se non antagonista) è cominciato il “sunset boulevard” di colui che per oltre vent’anni, ha saputo cambiare e condizionare la politica italiana.

Se è vero, com’è vero, che la decisione di affondare la presidenza Rai di Marcello Foa è stata imposta all’ex Cavaliere da Antonio Tajani, Gianni Letta e altri proconsoli, significa che siamo davvero al the end. Persino Letta, il gran ciambellano prezioso e fedele assistente di Berlusconi nonché ambasciatore in certi ambienti della politica e non solo, ha forse visto scomporsi la sua impeccabile chioma mentre affermava: “Silvio così non va”, costringendolo alla resa.

Da qui discende tutto. E Tajani? Chi l’avrebbe detto che l’ex portavoce, immortalato da Umberto Bossi ai tempi della canottiera a villa Certosa con l’epiteto de “il pistola” e poi assurto ai vertici del Parlamento europeo, per una volta ha scelto di parlare con una voce sua. “No Silvio, Foa non lo votiamo, altrimenti ce ne andiamo”.

È la fine di un’epoca. Cominciata nel secolo scorso. Nel 1993 in cui Berlusconi, mentre inaugurava un supermercato in Emilia Romagna, disse che se avesse dovuto votare per il sindaco di Roma avrebbe dato la preferenza a Gianfranco Fini, allora ancora di quel Msi lasciato per 40 anni ai margini del famoso “arco costituzionale”.

Il centrodestra, in Italia, vide la luce quel giorno. Perché prima, complice la parentesi fascista, non si era mai andati troppo in là.

La Dc di Alcide De Gasperi era il centro che guardava a sinistra, quella di Aldo Moro il primo centrosinistra organico. Un abbozzo di centrodestra, con il Msi comunque fuori, salvo l’apporto non richiesto per l’elezione di Giovanni Leone al Quirinale o nel voto di fiducia al breve e tormentato governo Tambroni, c’era stato solo negli anni ’70 prima del compromesso storico con gli esecutivi formati da Dc e Partito liberale.

Ecco perché il centrodestra, nella storia repubblicana, è solo finora quello inventato e coltivato da Silvio Berlusconi che ha guidato il paese nel 1994, dal 2001 al 2006 e dal 2008 al 2001 e governa ancora in quasi tutte le Regioni del Nord.

Nel frattempo il leader, un re Sole attorno a cui tutto ruotava, si è lasciato alle spalle tutta una pletora di aspirati eredi: da Gianfranco Fini e Roberto Formigoni tanto per citare i più famosi, che hanno avuto il torto di calarsi nel ruolo dei “principi Carlo” e limitarsi ad aspettare il “prima o poi” che non è arrivato.

Quando l’ex leader di An, in maniera alquanto goffa e timida, ha provato a scalzare il Berlusca si è ritrovato con le terga al suolo.

Berlusconi se ne va e con lui il centrodestra così come lo abbiamo conosciuto finora.

E non lascia eredi. Tajani con tutto il rispetto può al limite aspirare a ritagliarsi nella storia lo stesso ruolo di Romolo Augustolo. Nell’attesa che il “barbaro” Salvini si prenda il poco che è rimasto. Di certo, quel che rode dentro Berlusconi è di dover uscire di scena così, alla chetichella e da perdente. Lui che nella politica come nel calcio aveva vinto quasi tutto. Si ripete quanto visto con il Milan, lasciato allo sbando e a mendicare un posticino nell’Europa minore, ceduto a un cinese improbabile e ignoto prima dell’avvento del fondo Elliot. Chissà se Tajani sarà il mister Li di Forza Italia.

Nei progetti di Silvio, il congedo da padre della Patria sarebbe dovuto arrivare dal Quirinale, il culmine della carriera di ogni politico, ma, la storia ci insegna, sempre precluso ai grandi leader di partito.

Cosa rimarrà del passaggio di Berlusconi nella politica di questo paese, oltre alle leggi ad personam, il bunga bunga, le gaffe e le barzellette ai summit internazionali? Certo la spettacolarizzazione della politica, poi mutuata e perfezionata dagli altri come avvenuto nel calcio.

E forse il rimpianto, pertanto speculare perché vale anche per l’ex campo nemico di Silvio pure in crisi nera, di una destra liberaldemocratica che l’Italia non ha mai avuto. Come un’autentica sinistra riformista e socialdemocratica.


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