La maestra “antifascista”  E il disastro della scuola

La maestra “antifascista”

E il disastro della scuola

Quando è iniziato il disastro? Quale è stato il momento in cui è iniziato a venire giù tutto? E come abbiamo fatto a non accorgercene? Come abbiamo potuto permetterlo? Come è stato possibile che fare carne di porco dell’etica della responsabilità, del senso del ruolo, delle istituzioni, della loro dignità, diventasse prassi comune, routine quotidiana di una classe media sulla quale da sempre si fondano le basi di uno Stato serio e che invece è ormai ridotta a fanghiglia, a pattume, a ciarpame, a suburra esposta alle pulsioni più inconfessabili?

Il caso penoso e, purtroppo, non incredibile della maestra di Torino immortalata nel bel mezzo di un corteo di sedicenti antifascisti in rivolta contro il rinascente fascismo - roba fresca, roba forte - mentre urla, strepita, insulta, ingiuria e augura la morte ai poliziotti - “vigliacchi! mi fate schifo!! dovete morire!!!” - è il vero segno dei tempi. Pura pedagogia. Metafora di una società allo sbando. Autobiografia della nazione. Album di famiglia di un mondo una volta tragico e ora ridotto a mera farsa, macchietta, avanspettacolo. Da quanti anni, da quanti decenni il ruolo dell’insegnante è diventato spazzatura? Chi lo ha ridotto così? Perché abbiamo trasformato un pilastro di educazione, buonsenso, attenzione pedagogica e rigore formativo in una poltiglia ideologizzata dove grufola un sottobosco intellettuale malpagato, bistrattato e massificato dal tritacarne ministerial-burocratico-sindacale?

È vero che qui stiamo parlando di un caso singolo. Ma questo caso singolo - del quale speriamo si occupi al più presto la magistratura e, soprattutto, il ministero della Pubblica istruzione con tanto di espulsione a pedate nel sedere - rivela un mondo. Un modo di vedere le cose. Un modo di interpretare il ruolo che non ha più niente a che vedere con la formazione dei ragazzi, quanto invece con il tardo e patetico ribellismo adolescenziale, il classico cialtronismo dello statale estremista e frustrato, l’analfabetismo di andata e ritorno – devastante, se ricordiamo che sono insegnanti - di chi non sa niente e parla di tutto e quindi, non sapendo niente e parlando di tutto, ripete a macchinetta slogan copiaincollati da chissà quale guru digitale o da chissà quale testo sacro della controinformazione apotropaica.

Ma ce n’è voluto di tempo. La distruzione della nostra scuola è frutto di una vasta opera che arriva da lontano. Nel momento in cui è stata sancita la fine dell’autorità degli insegnanti - scambiata per autoritarismo dagli sfaccendati della rivoluzione proletaria davanti al tavolo del biliardo - con conseguente sparizione del concetto di merito e di selezione, asfaltato dal mantra del sei politico, del diciotto politico, del lavoro di gruppo, dell’autogestione, dell’occupazione, dell’autocoscienza nannimorettiana, in quel momento ci si è infilati sul piano inclinato che ha portato fino alla ululante maestra di Torino.

È un filo rosso lungo quarant’anni nel quale tutti quanti hanno mangiato a piene mani. La politica, alla quale non è sembrato vero di trasformare la scuola in un immenso ammortizzatore sociale grazie al quale garantire a una milionata di intellettuali o para intellettuali un posto di lavoro sicuro a prescindere dal rendimento, dal numero e dalla distribuzione degli studenti, con orari comodissimi e infiniti, sterminati giorni di ferie in cambio di un reddito sempre più da fame.

Il sindacato, che di volta in volta ha potuto premere sull’acceleratore della sanatoria per l’immissione in ruolo senza concorso dei precari, giustificando così la sua centralità di preclaro intermediario sociale. I presidi, che hanno potuto limitarsi al comodo ruolo di burocrati, privi di ogni vero potere e di ogni vera autonomia. Gli studenti, sempre più certi di promozioni e diplomi come premio di una preparazione sempre più superficiale e inadeguata.

Le famiglie, che hanno invaso sempre più lo spazio vitale dei docenti, interferendo in ogni modo nell’attività didattica ed ergendosi a difensori a prescindere delle malefatte e degli asinismi dei loro pargoli. Un sistema folle. Un mondo impazzito. Il trionfo del principio dell’irresponsabilità.

E’ vero che ci sono tanti professori bravissimi, presidi coscienziosi, studenti eccellenti, famiglie con la testa sulle spalle e anche sindacalisti - sembra incredibile, ma è così – preparati e ben calati nel principio di realtà. Questo è fuori discussione: ognuno di noi ne conosce più d’uno. Ma non sono loro a dettare l’agenda, a dare la linea, a soffiare il vento della storia. Sono eccezioni. Mosche bianche. Variabili impazzite in un sistema che tende a far emergere inesorabilmente i mediocri, i peggiori e i più furbi, che offre mille garanzie e zero rischi d’impresa, che vede il privato come il demonio e la libera scelta delle famiglie sul tipo di istruzione da dare ai propri figli come Satanasso, che è ancora tutto incardinato sulle buffonate demagogiche della vulgata sessantottarda e post sessantottarda, di cui il ridicolo, grottesco, violentissimo fascismo degli antifascisti è l’aspetto più folcloristico. E penoso.

Pensate a un intellettuale gigantesco come Gramsci, il teorizzatore dell’occupazione sistematica dei gangli culturali del paese, di fronte a questi esiti da avanspettacolo. E pensate sempre a Gramsci di fronte a quelle centinaia di insegnanti che qualche tempo fa hanno definito come una “deportazione” l’obbligo del trasferimento in altre regioni in cambio di una cattedra di ruolo. Deportazione. Degli insegnanti. Dei docenti. Dei pedagoghi. Dei laureati.

Hanno usato il termine deportazione. Tutto vero. Il termine deportazione. Vi rendete conto cosa significhi nella storia del Novecento il termine deportazione? E questi, questi insegnanti, questi docenti, questi pedagoghi, questi laureati hanno usato il termine deportazione. Sì, sarebbe bello chiedere all’antifascista Gramsci cosa ne pensa di queste deportazioni e anche dell’antifascismo della maestra di Torino.

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