Conformismo non il clima  vero male del secolo

Conformismo non il clima

vero male del secolo

Quando tutti dicono le stesse cose bisogna iniziare a preoccuparsi. Ed è da qualche giorno che tutti dicono le stesse cose. Pensano le stesse cose. Postano le stesse cose. Filmano le stesse cose. E quando questo accade, allora significa che il conformismo - il vero male del secolo, altro che il riscaldamento globale - ha vinto l’ennesima battaglia.

Quello di Greta Thunberg, la sedicenne svedese diventata una star planetaria per la sua sfida all’inquinamento ambientale e che nei giorni scorsi ha riempito di milioni di giovani le piazze di mezzo mondo, è un tipico caso di scuola. Ovviamente la ragazzina non c’entra nulla e sarebbe sbagliato, oltre che ingeneroso, ironizzare sulla sua crociata da babyecologista global, così come sarebbe un errore marchiano da vecchi barbogi aridi e velenosi motteggiare su tutti gli adolescenti che si sono fatti travolgere da questa ondata di protesta ambientalista. I ragazzi sono sacri per statuto, perché quell’età è sacra per statuto. E’ il momento unico e irripetibile, di cui si ha piena coscienza solo quando è svanito, nel quale si inizia a definire la propria identità contro qualcuno, il padre innanzitutto, la famiglia in second’ordine, insomma, i grandi, le istituzioni, ci si percepisce come incompresi e irrealizzati e si agogna a sentirsi coinvolti e coccolati dentro un afflato generazionale, un’onda più lunga, un respiro fiducioso grazie al quale diventare qualcosa d’altro da quello che si è. Lasciare un segno. Cambiare le cose.

Il soggetto, tutto sommato, è irrilevante. Che siano le radiose giornate di maggio, il Vietnam, la liberazione sessuale, Porto Alegre, i Papa boys, la rivoluzione proletaria, il vietato vietare, il diciotto politico, la fame nel mondo, i cambiamenti climatici o quello che volete voi, insomma, non è quello il punto. Ci si può battere per idee giuste - e la preoccupazione per le sorti del creato è lodevole e sacrosanta - o per idee sbagliate - spaccare vetrine o tirare sassate ai poliziotti, ad esempio - ma l’unica cosa che conta è essere parte di un movimento allo stato nascente. Questa è la favola bella, magnifica, rigogliosa di buoni propositi che, come scriveva in una pagina memorabile l’intellettuale comunista Luigi Pintor, sono come un polline che non fiorisce mai, ma che profuma l’aria. Che invidia.

Detto questo, però, solo un gonzo si beve la storia della bambina cocciuta e sofferente della sindrome di Asperger che, sola soletta, mette a soqquadro le coscienze delle genti e gli equilibri stantii e truffaldini della politica politicante. E solo un babbeo non si accorge del formidabile marketing politico-mediatico - perché noi scribacchini quando c’è da sdraiarsi di fronte al Pensiero Unico non siamo secondi a nessuno - che sostiene tutte le spese dei viaggi internazionali della ragazza e che l’ha trasformata in una virginea sacerdotessa del conformismo ecologista, una Bernadette del veganesimo integrale, una Giovanna d’Arco della purezza primigenia del popolo incorrotto.

E così, abbiamo svelato l’arcano: la polpa del conformismo subdolo e avvolgente di questa operazione sta tutta qui. In una riproposizione del sovranismo, del populismo, della disintermediazione, questa volta però in salsa sinistrorsa e politicamente corretta. Ma insomma, il mondo progressista ha passato gli anni a demonizzare la demagogia, l’incultura, il becerismo, il cialtronismo delle nuove destre cafone e a difendere invece i competenti, i professionisti, le élite, i migliori e adesso, visto che la partita sembra ormai persa - perché è questo, piaccia o non piaccia, il vento della storia che sta spirando - si appropria degli stessi identici argomenti per presentarsi non più come un’alternativa, ma come l’altra faccia della medaglia populista? A brigante, brigante e mezzo?

Ma scusate, quando Greta diffonde le sue massime anacreontiche contro il capitalismo, la dittatura del denaro, i ricchi che sottraggono soldi ai poveri, le ingiustizie sociali che deturpano l’ambiente, il lusso sfrenato e poi sul potere che invece appartiene solo e soltanto alla gente, che differenza c’è con un comizio ululante di un Di Battista qualsiasi? E, al netto del tema migranti, che differenza c’è con comizio ululante di un Salvini qualsiasi? Queste sono tutte chiacchiere, tutte enunciazioni di alti principi, slogan da talk show con le quali una sinistra allo sbando e terrorizzata dall’idea di venire travolta alle elezioni europee cerca di cavalcare la tigre populista in salsa ecologica e anticapitalista. I populisti buoni, ma pensa un po’…

E in tutta questa brodaglia la famosa competenza, che sarebbe l’unica battaglia di civiltà per salvare il pianeta dagli analfabeti, dai caproni e dai demagoghi da strapazzo, altro che il buco dell’ozono, scompare completamente dall’agenda. E assieme a lei, sparisce la politica. Spariscono gli spazi rappresentativi classici, spariscono i codici, spariscono i Parlamenti, commissariati da una tecnocrazia “gentista” che espropria i soggetti legittimamente eletti del potere delle decisioni, che vengono prese fuori e prima e vengono poi salmodiate alle masse come verità del sacro pensiero del Dio Popolo Bue. E il fatto che i Parlamenti siano in larga parte frequentati da mentecatti ai quali non affideresti manco la spesa dal fruttivendolo non alleggerisce neppure di un’oncia il vulnus alla gerarchia democratica universalmente riconosciuta. Perché qui siamo fuori da quell’alveo, visto che si delega in toto l’analisi e la soluzione di un problema immane come quello della tutela del pianeta a una persona che, per ovvi motivi, non ne sa nulla e non sa dire altro che il mondo è diviso tra buoni e cattivi. Cioè la ricetta standard delle peggiori ideologie e l’esatto contrario della buona politica. E il fatto che sia già partita la proposta per assegnarle il Nobel per la pace la dice lunga su quanto saranno farisei i tromboni di Stoccolma e su quanto la nostra civiltà sia arrivata definitivamente alla canna del gas.


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