Chiedere aiuto

significa esserci

Chiedere aiuto significa esserci

Qualcuno ha detto che Cantù appartiene al “Far West”. Altri l’hanno assegnata alla geografia dei paesi consegnati alla criminalità organizzata, quelli, come scrivevano gli inviati, «dove lo Stato si è arreso». Paradossi, senza dubbio, enfasi anche funzionali alla polemica politica. Ma non al punto da essere deformazioni della realtà così profonde da renderla irriconoscibile o addirittura da falsificarla.

Cantù non sarà il Far West ma nella notte tra mercoledì 3 e giovedì 4 agosto due colpi di fucile sono risuonati in pieno centro. Non sarà un paese di mafia, ma da quel giorno un giovane è in ospedale con la faccia e il corpo straziati dai proiettili. Non molte ore fa, per fortuna, lo sparatore si è consegnato ai carabinieri, liberando la città, almeno, dall’inquietudine della sua latitanza. Le ammissioni davanti ai militari, il racconto del suo comportamento – alimentato dalla gelosia, come ha sostenuto – consentono di ricostruire minuto per minuto, insieme alle testimonianze di chi era in strada a quell’ora e soprattutto grazie all’impressionante racconto sorella del povero ferito, ciò che è accaduto quella notte. Le liti, il confronto dello sparatore con la giovane alla quale si dice legato, la folle decisione di armarsi e di colpire; perfino il malefico zampino che ha voluto metterci il caso: ora si sa tutto, o quasi.

Dovrebbe essere un sollievo, non lo è. Nella cronologia del tentato omicidio emerge una circostanza che rivela la palude di timore, forse anche di rassegnazione, nel quale la comunità canturina – e non solo – sembra essersi arenata. Per un’ora, in strada, il ragazzo che di lì a poco avrebbe ridotto in fin di vita un giovane di pochi anni maggiore di lui, è rimasto a discutere e litigare con l’amica, in pugno il fucile pronto a sparare. Purtroppo non risulta che, nonostante l’animazione del mercoledì notte canturino, qualcuno abbia chiamato il 112.

Paura? Indifferenza? Non è proprio il caso, qui, di alzare la voce dell’indignazione, né di mettersi a giudicare, al riparo da qualunque rischio che non sia la rottura dell’aria condizionata, il comportamento di chi ha visto balenare i riflessi della canna di un fucile. L’invito, semmai, è a guardarci tutti dentro per capire se le minacce alla nostra sicurezza, il cui effetto è alimentato tanto da ciò che vediamo quanto da ciò che sentiamo, vicino a casa e, grazie al mondo interconnesso in cui viviamo, a centinaia e migliaia di chilometri di distanza, non abbiano sedimentato in noi un desiderio di isolamento, ovvero l’istinto ad alzare un piccolo recinto, un rifugio in sedicesimo dal quale cerchiamo di uscire il meno possibile.

Non sarebbe poi tanto strano se le cose fossero così: chi può biasimarci se pensiamo prima a noi stessi, se d’impeto costruiamo intorno ai nostri cari un cerchio di autodifesa? Qualcuno forse garantisce che comportandoci diversamente non andiamo incontro a conseguenze pericolose e soprattutto, aspetto tanto più angosciante, imprevedibili? Una quotidianità così allarmante, piena di echi sinistri – concreti e virtuali – sembra giustificare la nostra prudenza. Addirittura, arriva a riempire di sensatezza, di inevitabilità, questa sorta di indifferenza collettiva.

Comprensibile, ma sbagliato: perché se la paura alimenta l’indifferenza, l’indifferenza alimenterà l’isolamento, trasformandoci in prede sempre più facili per le minacce vere e presunte che ci circondano. Chiamare aiuto, rivolgersi alle forze dell’ordine quando qualcosa non va sono, o dovrebbero essere, comportamenti “normali”, segno eloquente che ancora partecipiamo, credendoci, all’organizzazione sociale. E che la nostra voce collettiva non è solo quella affidata alle sempre tardive lamentazioni da computer.

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@MarioSchiani

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