Chi vuol bene alle imprese  vuole bene all’Italia

Chi vuol bene alle imprese

vuole bene all’Italia

Gli sfruttatori. I vessatori. I corruttori. Gli estorsori. Gli evasori. Gente infida, gente opaca, gente disonesta da guardare con sospetto perché falsa e truffaldina e legata mani e piedi ai poteri forti che umiliano e offendono una plebe sterminata senza orizzonti e senza speranza. Insomma, loro. Gli imprenditori. Anzi, come è in voga dire oggi nella vulgata veteropauperista, i “prenditori”. I padroni. I padroni padronali spadroneggianti che cambieranno pure i tempi, ma che padroni sono e quindi padroni restano.

E uno pensa che si tratti di uno spaccato storiografico degli anni Settanta, parabola di un’Italia schifosa e tragica ormai depositata negli archivi della memoria collettiva, e invece è ancora materia pulsante di questa stagione non solo politica, ma anche sociale, psicologica, addirittura antropologica, che per motivi profondissimi legati alla globalizzazione e alla rivoluzione digitale ha prodotto un rigurgito di virulenta cultura anti impresa. Lo si sente nelle discussioni, lo si coglie nell’agenda dei media, lo si annusa nell’aria e lo si vede, purtroppo, nelle decisioni di un governo che proprio su questa cultura ha affondato le radici e raccolto tanto del suo consenso. Che sicuramente è legittimo e democratico, per carità, ma che si innesta su pulsioni regressive mortali per chiunque voglia progettare un futuro diverso e opposto rispetto al bunker della conservazione.

Questo uno dei temi che abbiamo sviluppato venerdì sera assieme al grande imprenditore del cashmere Brunello Cucinelli, ospite d’onore della “Festa delle imprese” organizzata da “La Provincia” (a Como siamo alla terza edizione, ma il successo è tale che l’anno prossimo la porteremo anche a Lecco e Sondrio). La qualità del personaggio, la sua visione tutta umanistica dell’azienda in una costante ricerca dell’equilibrio perfetto tra profitto e dono sono ben note. Il tema vero, però, è la ventata di ottimismo, di speranza, di investimento operoso nel futuro che è scaturita dalla chiacchierata davanti a una fittissima platea di suoi colleghi lariani e brianzoli e che, pur senza entrare nell’analisi delle politiche del governo e, in fondo, di tutti gli altri che lo hanno preceduto, ha ribadito quali dovrebbero essere le priorità dell’agenda di un paese serio. Bene, al centro non dovrebbe esserci la politica, ma il lavoro. È quello, il lavoro, il motore di una nazione. Chi lo crea, chi investe, chi rischia, chi innova e studia e si presenta sui mercati, chi assume, chi prepara e forma e specializza i propri dipendenti, chi si confronta senza steccati ideologici con le controparti. Un grande corpo, un grande comunità che tiene dentro tutti - proprietari, manager, quadri, impiegati, operai, fornitori, sindacati - e che è sorgente di ricchezza, ma anche di valori condivisi.

E invece mai come ora il vento della storia nel mondo, ma ancora di più nel nostro piccolo paese senza né arte né parte, spira in direzione contraria. La nazionalizzazione. La statalizzazione. La sovvenzione. L’elargizione. La protezione. La chiusura occhiuta di fronte a tutto ciò che è libera iniziativa, creatività, sfida. E poi, altra cifra devastante di una stagione destinata a durare a lungo, tutta questa cultura della quiescenza, della senescenza, del pensionamento, del prepensionamento, dell’uscita dal lavoro quanto prima e a qualsiasi condizione. Come se fosse una roba sporca, una roba brutta, una roba che fa schifo, dalla quale bisogna affrancarsi e fuggire a gambe levate. E poi per far che? Per finire, a soli sessant’anni, ai giardinetti? A guardare i lavori in piazza? A fare come Tognazzi nella scena finale di “Romanzo popolare”, che lui al circolo delle bocce “era un po’ di un’altra categoria”? Ma che vita è? Che obiettivi si pone? Ma perché non capiamo che è vero proprio il contrario? Che il lavoro è dignità, è il gheriglio del nostro guscio sociale, conquista di un ruolo, arricchimento interiore, fatica creativa, orgoglio impagabile per essere in grado di badare da soli a se stessi e alla propria famiglia. C’è uno studio scientifico che equipara il trauma per la perdita del posto (ma vale anche per tanti pensionamenti) a quello della morte di una persona cara. Senza il lavoro cambia tutto, senza il lavoro non sei più tu. È per questo che quelli che lo creano sono così fondamentali.

Ovvio che ci sono i mestieri usuranti e ancora più ovvio che ci sono svariati imprenditori mascalzoni, ma vogliamo vedere se esiste una categoria che ne sia priva? Ce ne sono tra gli idraulici, i fisici nucleari, gli assaggiatori di olio di oliva, i salatori di aringhe, i giornalisti naturalmente - vogliamo parlare dei giornalisti cialtroni, putacaso? - e quindi ce ne sono pure tra di loro. E nessuno è così cieco da non vedere quali e quante forme di sfruttamento plateale e strisciante esistano in un mercato stravolto rispetto a dieci anni fa e poi quanti stipendi da fame, contratti eternamente temporanei, quanto nero, quanto abusivismo. Però la ricerca di un bilanciamento tra lavoro e diritti, su cui tanto ha ragionato Cucinelli, è una dinamica drammatica che nasce con lo stesso sorgere della rivoluzione industriale due secoli fa e, in fondo, molto prima, perché il tema del rischio di sfruttamento dei lavoratori è vecchio come il mondo.

È proprio qui che dovrebbe trovare spazio la politica, quella vera, nella sua capacità di fare di tutto per aiutare gli imprenditori a investire, ad assumere, a creare una lunghissima catena del valore, non agire come se quelli fossero il nemico da combattere, teorema infido e maledetto che, sottile filo rosso, segna tutta la politica italiana del dopoguerra. La verità è che chi vuole bene alle imprese - dal primo dei proprietari fino all’ultimo degli stagisti - vuole bene all’Italia e che, quindi, i nostri governi non vogliono bene all’Italia. È questo il vero tema sul quale dovremmo operare una profonda riflessione. Noi, nel nostro piccolo, abbiamo già scelto da che parte stare.

d.minonzio@laprovincia.it

@DiegoMinonzio


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