Buffon non è altro  che uno di noi

Buffon non è altro

che uno di noi

Basta poco per diventare una macchietta. Mentre i nostri statisti lavoravano alacremente alla composizione del nuovo governo, dando prova di sagacia politica, senso di responsabilità e, soprattutto, eclatante spessore strategico, ben altri personaggi scolpivano nella pietra la cifra culturale della beneamata repubblica delle banane.

C’è tutto un mondo dentro le squinternate dichiarazioni di Gianluigi Buffon dopo la più drammatica, ribaldesca e beffarda eliminazione della storia della Juventus. Tutta una filosofia. Tutto un modo di intendere l’esistenza. Che - primo avviso ai tifosi da osteria, prima che inizino a lanciare tapiri, gatti morti e lingue di Menelicche contro chi scrive questo pezzo - nulla ha a che vedere con la squadra bianconera, la sua tonitruante biografia italiana e la sua tremebonda biografia europea, nulla con le altre squadre che compongono, attraverso i loro odi, livori, timori e tremori, la cosmogonia dell’universo pallonaro nazionale, e tutto a che vedere invece con la natura. La nostra natura. La nostra natura di italiani. Gli italiani. I soliti italiani. I soliti pittoreschi, spassosi, insopportabili italiani. Noi. Noi ermeneuti del “è sempre colpa di qualcun altro”. Noi ululanti contro lo Stato ladrone mentre parcheggiamo l’auto in terza fila, imprecanti contro i ladri mentre facciamo la cresta sul rimborso spese, inflessibili con i bamboccioni che non hanno voglia di lavorare mentre ci mettiamo in malattia il lunedì dopo il ponte. Noi albertosordi. Noi maestri della doppia morale. Noi marchesi del Grillo perché, se assurgiamo a un ruolo di potere, allora “io so’ io e voi non siete un cazzo”.

Tutto questo - secondo avviso ai tifosi da osteria - non c’entra niente con il calcio, con le maglie o le appartenenze curvaiole. Nelle parole di Buffon - che qualsiasi altro calciatore eliminato in quel modo avrebbe detto, che noi tutti diciamo dopo la partita persa dai nostri ragazzotti all’oratorio - c’è la filosofia del “lei non sa chi sono io”. Questa è la verità. A lui, che è Buffon, mica pizza e fichi, l’arbitro quel rigore non poteva fischiarlo, appunto perché era lui, perché avrebbe dovuto tenere conto dell’andata, perché questa era l’ultima partita della sua carriera, perché stavano compiendo un’impresa e ci voleva sensibilità e rispetto e non si distrugge un sogno e, quindi, non sei un uomo e quindi arbitro animale e quindi pattumiera dell’immondizia e quindi stupro e quindi comprati le patatine e vai in tribuna e quindi crimine contro l’umanità sportiva. Tutto vero. Tutto in diretta. Una roba da ambulanza.

Ora, non bisogna dare troppo peso al massacro mediatico a cui Buffon si è esposto dopo questa filippica degna del peggior De Magistris, intarsiata dal più vieto piagnonismo, complottismo e dietrologismo nazionale, nel quale, peraltro, eccellono da sempre Inter e Roma, tanto per non fare nomi, perché dopo un secondo erano tutti lì a martellarlo sul Var “roba da pallanuotisti” e “il gol di Muntari non lo avrei mai segnalato all’arbitro” e il “boia chi molla” e le scommesse e tutto il resto del ciarpame di cui è piena la sua vita. Così come la nostra. Ed è meglio stendere un velo pietoso sul solito giornalista servo secondo il quale l’intervento di Agnelli - anche lui completamente fuori di testa, come un Moratti qualsiasi o un Galliani marsigliese - su quel Collina da cacciare “perché si colpiscono le squadre italiane per dimostrare che il designatore è imparziale” (?) è stato un discorso da “statista”. Sarà, ma se uno vuole proteggere le italiane da immaginifici complotti, deve sollevare il tema dopo il rigore fantasma contro il Milan con l’Arsenal o dopo gli eventuali torti subiti da Lazio, Fiorentina, Napoli eccetera, non starsene zitto e parlare solo quando viene ipoteticamente colpita la sua di società. Altrimenti è uno statista come lo sono quelli che da più di quaranta giorni si stanno coprendo di ridicolo nelle consultazioni al Quirinale.

Quindi - terzo avviso ai tifosi da osteria - il punto non è la squadra, ma lui. Anzi, noi. Lui non è altro che uno di noi. La nostra metafora. La nostra proiezione. Assurto a massima potenza, a massima notorietà, ma del tutto aderente ai codici culturali protosinaitici di noi borghesi piccoli piccoli, che nel calcio troviamo lo sfogatoio sublime, la sentina ideale, la chiavica suprema per spurgare la peggio fogna interiore. Alla faccia del vero sport che - come ricorda spesso un visionario vincente, ma antisistema come Arrigo Sacchi - possiede una nobiltà intrinseca, una pedagogia esistenziale del tutto incompatibile con un paese di cialtroni come il nostro.

Facciamo una prova facile facile? Trovate un solo juventino che ammetta che in Calciopoli la sua dirigenza si era fatta beccare con il sorcio in bocca ed è stata giustamente schiaffata in serie B. Uno. Uno solo. Uno solo su milioni di milioni. Non lo troverete, perché era tutto un complotto, un’infamata, una trappola ordita da quelli là e bla bla bla. Trovate un solo milanista che ammetta che quella delle luci di Marsiglia è stata una schifezza che giustamente è costata un anno di squalifica dalle coppe europee. Uno. Uno solo. Uno solo su milioni di milioni. Non lo troverete, perché era tutto un complotto, un’infamata, una trappola ordita da quelli là e bla bla bla. Trovate un solo interista che ammetta che il passaporto di Recoba era così falso che più falso non si può e che avrebbe dovuto partorire super squalifiche a club, dirigenti e giocatore. Uno. Uno solo. Uno solo su milioni di milioni. Non lo troverete, perché era tutto un complotto, un’infamata, una trappola ordita da quelli là e bla bla bla. E ora moltiplicate questo schema per tutte le squadre dello stivale e, soprattutto, per tutti i nostri fallimenti personali, familiari, professionali, etici e morali. Ecco. Noi siamo quella roba lì. Noi siamo quello. Ed è per questo che, al di là di ogni tifo, non può che essere lui il nostro eroe nazionale. Oui, je suis Buffon.

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