Il Papa e la dignità che supera i pregiudizi

È l’esposizione più chiara, più sintetica e anche più analitica del magistero di Francesco. Spiega ciò che lede la dignità umana, senza dimenticare nulla e soprattutto mettendo tutto sullo stesso piano. Da ora in poi nessuno potrà tirare Bergoglio per la talare, arruolandolo tra i progressisti perché parla di pace contro la guerra e sta con i poveri, o relegandolo tra i conservatori perché osa ancora occuparsi di gender e di aborto. Il documento del Dicastero della dottrina della fede, pubblicato ieri e frutto di ben cinque anni di lavoro, rimette, se mai ce ne fosse stato bisogno, ogni cosa al suo posto. Non c’è un Papa progressista, non c’è un Papa conservatore. Non c’è un Papa a cui sorridere se chiede di smetterla con la produzione e il commercio delle armi e non c’è un Papa da biasimare se bolla le teorie del gender come uno sbaglio delle mente umana. C’è solo la dignità dell’uomo e per essa non valgono i canoni del consenso, se non al prezzo di sminuirla o addirittura di rinunciarvi. Il documento fa piazza pulita di molta parte del pensiero corrente e di molti pregiudizi. Il primo è quello della dicotomia, ripetuto come un mantra perché ognuno possa adattarsi al mondo secondo la regola che più gli piace, tra principi bioetici e principi sociali. Il documento spiega che c’è una sola dignità umana e i guai che la stravolgono sono tutti egualmente dolorosi. Non si limita a fare l’elenco, ma invita a riflettere sul loro significato, partendo dall’idea che se si accettano surrogati di dignità umana, se si considerano insomma solo i prodotti che vanno di moda, la dignità diventa un’illusione. Invece invita a ricostruire una grammatica nuova della dignità umana in questo nostro tempo, troppo narcotizzato dal politicamente corretto e troppo paralizzato dalla paura delle abitudini a destra e a sinistra, tanto per semplificare il ragionamento. Anche tra i cristiani e i credenti vi sono due partiti, quello della bioetica (una volta si sarebbe detto dei principi non negoziabili) e quello del sociale. È inutile negare che vi sia stato e forse vi è ancora uno scontro. Il documento invita a non fissarsi negli schemi, a non considerare una dignità dimezzata dell’uomo. È un documento importante perché sollecita a cambiare narrazione circa la dignità umana, ad invertire la rotta, a rimettere in sesto un piano pericolosamente inclinato. La dignità umana oggi è minacciata da numerosissimi prodotti tossici. Ed è sempre più difficile poter dire di essere felici, in mezzo a tante schegge impazzite, che molti scambiano per libertà. Questo documento cambia il racconto e accanto alla guerra, al dramma dei migranti, alla tratta delle persone, alla povertà ricorda l’assalto dell’eutanasia, della maternità surrogata, delle sbagliate teorie del gender, del crimine dell’aborto. E porta all’attenzione di tutti, cristiani compresi, la contraddizione che provoca ulteriori ferite alla dignità dell’uomo. Non è un’aggiunta o la versione cattolica della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo a 75 anni dalla sua pubblicazione. È la presentazione di una trama più completa, con la denuncia dell’indifferenza verso alcune questioni e delle limitazioni verso altre. È anche la sollecitazione ad essere inquieti e non guardare solo da una parte, a non dimenticare nessuno compagno di strada, a non pensare solo a se stessi, cioè alla propria dignità e non a quella del mondo intero e di tutti coloro che lo abitano. È il manifesto, questo documento, del volto dinamico della Chiesa e del Vangelo, che non cambia la verità, ma la fa crescere nella sua comprensione, antidoto ad ogni fondamentalismo laico o religioso.

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