I brindisi dei partiti sul voto locale

Dopo la sconfitta di Truzzo in Sardegna e la rivincita del centrodestra in Abruzzo, mi vien voglia di fare, di contraggenio lo struzzo. Per non essere contagiato dalla sindrome del post voto e dovermi occupare dei geometri che stanno farneticando di campo largo e campo lungo. Per noi lecchesi l’unico campo che conta ora è quello del Rigamonti Ceppi che rischia di essere un camposanto (come l’Abruzzo per i Cinque stelle) e di bruciare in un amen la stagione breve dell’euforia cadetta. Ma com’è ridotta la politica se, davanti a questioni urgenti e vitali, consuma tempo ed energie per misurare la tenuta del governo Meloni in base a spostamenti di qualche migliaio di voti? Una volta il voto locale, in Comune, in Provincia e in Regione, veniva vissuto come espressione peculiare dei territori, come metro per decidere se le amministrazioni uscenti avessero governato bene o male.

Di questo passo sono in ansia per le comunali di Erve dove il sindaco Giancarlo Valsecchi è in sella da oltre quarant’anni e meriterebbe le luci della ribalta per un record di stampo dinastico: per fortuna il feudo è incluso, insieme ad altri 49 comuni del Lecchese, nell’election day del 9 giugno, altrimenti avremmo visto al paesello Giorgia e Elly per contendersi il primato da spendere a Roma e Bruxelles. Oltre alla distrazione dei problemi reali che paga il paese, vittima dei partiti post ideologici e senza idee, mi amareggia se penso soprattutto alla sanità che ovunque e comunque fa acqua con i medici costretti in una sorta di prigione dove spesso non è concessa neppure l’ora d’aria. Dopo le sbornie sul maggioritario e sulla taumaturgica elezione diretta di sindaci e governatori, il branco s’aggrappa al sistema proporzionale delle europee, perché lì e solo lì si capirà il vero peso di ogni partito. Schizofrenia allo stato puro che tornerà a tormentarci con la Basilicata in aprile e poi con il Piemonte e l’Umbria.

Nell’affluenza, inoltre, ci stiamo avvicinando all’andazzo americano dopo che per decenni abbiamo sventolato la bandiera della partecipazione al voto, con la DC e il PCI a fare da locomotiva: una sorta di rivincita sul celebrato modello della democrazia statunitense. Considerato che l’Italia è la terra delle celebrazioni che si va via via dilatando verso un calendario che io battezzerei “un dì di festa alla settimana”, perché state certi che tra la festa della mamma e il Primo maggio, ci infileranno la “giornata degli umarell”, conciliando il popolo sempre più affollato degli anziani con i tempi biblici delle opere pubbliche; istituirei allora “la domenica del voto” nella quale convogliare le elezioni di ogni livello, allineando anche le realtà che per ragioni diverse hanno sforato. Per convincersene basterebbe osservare la giostra (su tutte l’autoscontro e il calcinculo) che sta girando nei vari comuni, laddove la politica ha lasciato ormai il posto ai personalismi, ai veti, ai rancori, ai nepotismi, agli amichetti, dando vita a liste estemporanee e magari “protette”da un simbolo estratto dalla miniera nazionale.

Due esempi: a Merate è sbocciata una neoformazione di centro, ispirata a Renzi e guidata dall’ex sindaco Dario Perego e rimpinguata con altri ex primi cittadini dell’ultimo ventennio. L’obiettivo è di rompere le scatole al centro destra con alla testa l’uscente Massimo Panzeri. Giro l’angolo e Valmadrera raddoppia le contraddizioni e si conferma la capitale morale della confusione politica nonostante la trentennale, laica benedizione del “prevosto” Antonio Rusconi. Ebbene una lista civica ha l’ambizione di padroneggiare con un proprio candidato la coalizione di centrodestra, proprio mentre Lega e Fratelli d’Italia hanno già indicato i loro “sindaci”. Un’altra grana alle porte. Non va meglio il centrosinistra, dove il Pd in affanno da tempo, dopo le scelte leopoldiane di don Antonio, è alla ricerca di una verginità civica da tradursi o in una corsa in autonomia o convergendo, obtorto collo, sulla storica lista “Progetto Valmadrera”. Due casi che si possono replicare in altri centri con incursioni più o meno piratesche e velleitarie a dimostrazione che le strategie nazionali si fermano nei palazzi romani, salvo poi brindare se un loro lontano “parente” conquista la fascia . Ancor più buio si fa il quadro se si prevede come in una decina di comuni non ci sia neppure competizione, con liste uniche che testimoniano il disinteresse degli elettori, attivi e passivi.

Leader e capetti allargano e allungano il campo come si usava una volta passando i vestiti di figlio in figlio. Altre stagioni della vita e della politica. Oggi se non curi il dress code sei tagliato fuori da ogni consesso, e non a caso la prima a capirlo è stata l’ultima “arrivata”, Elly Schlein, che come primo gesto della sua segreteria ha assoldato nel suo staff l’armocromista.

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