Governo, la svolta  al ribasso del capitano

Governo, la svolta

al ribasso del capitano

“Il capitan della compagnia, l’è sta ferito e sta per morir. E manda a dire ai suoi alpini che lo rivengano a ritrovar…”. Non appaia blasfemo l’accostamento alla gloriosa canzone “Il testamento del capitano” alla vicenda di Matteo Salvini. Anche perché ferita ed eventuale morte si intendono in senso politico. Eppure la situazione, incredibile a dirsi, è proprio questa. Per percepirla non serve essere scafati politologi, basta ascoltare il leader della Lega che non rinuncia alla sua indefessa attività comiziante. Nel batter di un Ferragosto i toni si sono fatti da truci a mielosi. È passato da “voglio pieni poteri” a “il mio telefono è sempre accesso”, come l’innamorato in trepida attesa di un cenno della sua bella. Che in questo caso, nientepopodimeno, è Giggino Di Maio, intento a gustarsi la frittata cucinata dall’alleato. Di tutte le crisi di cui è punteggiata la storia politica d’Italia questa è la più suadente e divertente. Fieri proclami e languidi sospiri sotto la luna piena agostana che tante ne ha viste ma non una come questa crisi. In attesa del fatale martedì 20 che fatale non sarà, adesso il rischio è che si possano scottare tutti. E non solo per il solleone anche perché ormai hanno fatto la scorta di pigmenti. Il più a rischio di ustione è il capitano. Che, a questo punto, può solo invocare il miracolo delle urne per venirne fuori il meno ammaccato possibile. Dopo il colpo di maglio andato a vuoto e solitario a sentire i suoi, le altre due opzioni in campo: il governo giallorosso tra M5S e Pd o il “vabbeh abbiamo scherzato” con la ricomposizione dell’attuale (perché ancora è tale) coalizione con Giggino & C., sarebbero devastanti per lui. Nel primo caso altro che pieni poteri, resterebbe lì senza il ministero degli Interni poco frequentato ma tanto utilizzato. E ti saluto “porti chiusi” ecc… Strillerebbe tanto dall’opposizione, ma in tanti, prima di tutto i suoi, avrebbero gioco facile a rinfacciargli che ci si è cacciato lui in questo vicolo. Questa è già una prima indubbia vittoria degli anti Salvini. Comunque vada. Anche nel caso i ncui Di Maio, una volta gustato il frittatone ferragostano, decida si optare per un napoletanissimo “scurdammoce ’o passato” magari in cambio di palazzo Chigi e rimetta sui binari (non del Tav, per carità) il governo magari non più guidato dal capostazione Giuseppe Conte. Uno che fino a pochi giorni fa era l’ubriaco della fiera che tutti pigliavano a schiaffoni e oggi sembra un incrocio tra Cavour e Churchill. Anche questo per merito del capitano. Persino il Pd, pensa te, nelle quotazioni dei broker della crisi è messo meglio di Salvini. Di fronte, il partito diviso tra Zingaretti (ritratto a Ferragosto in spiaggia con la camicia azzurra a guisa della famosa foto di Aldo Moro e ogni riferimento al Papeete non è puramente causale) e Renzi ha due destini. O il governo con i Cinque Stelle, già benedetto a quanto si bisbiglia anche in casa Casaleggio: un governo di legislatura con l’elezione del nuovo capo dello Stato nelle mani del Nazareno & C. Oppure una stagione all’opposizione sul piatto di argento a un esecutivo rabberciato a rancoroso che andrebbe incontro alla legge di bilancio con il passo dell’Armata Brancaleone. Perché di certo il capitano non potrebbe più fare il bello e il cattivo tempo dopo essersi rimangiato tutta la crisi. Putroppo per Salvini, la politica, è un pane durissimo. E prima di saperlo azzannare bisogna essersi fatti i denti. Altrimenti si rischia di farsi parecchio male. E adesso chi vivrà vedrà.


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