Dal ferro ai libri, Lecco cresce anche così

Quando a Lecco capitava di pronunciare il termine cultura, scattava il riflesso condizionato che lo declinava con il lavoro, perché era quello il genius loci della nostra comunità, con il ferro che era sinonimo di fatica, di benessere, di futuro.

La colonna sonora era scandita dal rumore di fondo delle aziende storiche e della miriade di imprese che consegnavano la nostra città agli onori del mondo, eleggendola tra le realtà più industriose dentro e fuori i confini nazionali.

Va da sé che le dismissioni della Badoni, del Caleotto e della Sae a ridosso degli anni Novanta hanno segnato una svolta epocale, un prima e un dopo.

Una metamorfosi ancora incompiuta perché se è facile raccontare il passato, il presente e il domani non hanno ancora trovato una loro connotazione socioeconomica, anche perchè è arduo trasformare un imprenditore metalmeccanico in un operatore turistico.

La semplifico così, in modo grezzo, perché so bene che il lecchese d’ogni generazione conosce a memoria questa pagina di storia locale, scritta da bisnonni, nonni, padri e anche madri, fratelli maggiori.

Se torno allo spicchio culturale mi vengono in mente i congressi manzoniani del professor Vigorelli e il palco galleggiante inventato da Giacomo de Santis, dove si esibivano i complessi di jazz più rinomati dell’Europa intera.

Nel tempo hanno provveduto le associazioni e talvolta il Comune ( si pensi all’indimenticato Corteo manzoniano ) a colmare il vuoto,sempre in forma estemporanea e sporadica.

Non ho difficoltà a riconoscere che il prevosto di Lecco, don Davide Milani, con il suo chiodo fisso di coniugare la cultura con la comunità, ha favorito un salto di qualità, surrogando il vuoto con il gioiello del cinema Aquilone, nel complesso dell’oratorio.

Per non dire del Capolavoro che, in questi giorni, ha chiuso con il record di presenze, del Lecco Film Festival e del Cineforum, fautori Confindustria e Confcommercio.

Del resto ditemi voi se non è deprimente occuparsi di cultura in una città che da sette anni ha il teatro chiuso per bonifiche, restauri, lavori degni della fabbrica del Duomo e che, da oltre un decennio, è priva di cinematografi, quando Lissone e Arosio sono dotate di multisale all’avanguardia.

E’ in questa cornice che mi piace soffermarmi sulla rassegna “ Leggermente” che il 16 marzo apre la sua quindicesima edizione.

Nata per volontà di Confcommercio ( il negozio ha in sè anche l’ozio attivo e creativo ) il progetto è andato via via crescendo per qualità e adesioni.

La peculiarità della proposta sta soprattutto nell’idea di non mirare all’erudizione e neppure alla gratificazione degli organizzatori, né allo sfoggio fine a sé stesso di ospiti prestigiosi e meno ancora puntando su offerte di mercato precotte, costose e bizzarrie per pochi intimi, pacchianate da parco giochi, pranzi e bevute verniciate con una mano di pennellate culturali.

“Leggermente” è il pubblico, l’incontro degli autori con i lettori, la diffusione dell’esperienza della lettura e del dialogo tra gli stessi fruitori.

Le esperienze più recenti, che ho seguito di persona, hanno dimostrato che se non c’è volutamente una finalità pedagogica e didattica, la scelta degli argomenti ha la legittima pretesa di sollecitare le menti, di stimolare la sensibilità dei cittadini, dei molti appassionati che non potendo contare su un “Salone del libro”, riversano su questo appuntamento annuale le loro aspettative e i loro interessi.

Né certo per piaggeria va sottolineato come le associazioni di categoria, deputate per statuto ad occuparsi di ben altro, hanno capito che, in questa fase storica, la loro azione sarebbe poco efficace se non fosse accompagnata da un investimento culturale.

Gli autori in presenza sono di certo elemento di attrattiva e di curiosità, ma sono innumerevoli le passerelle organizzate in ogni dove e che si esauriscono con la sfilata dei personaggi.

“Leggermente” ha l’ambizione di coltivare un rapporto che non si esaurisca con un mordi e fuggi ma che lasci una traccia culturale. E non è un caso che, ad ogni Natale, ai giornalisti della città, Confcommercio non regali panettone e spumante, ma un libro.

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