Aborto, sparisce la tutela del bambino

Una riflessione sulla novità costituzionale francese

Si è aperta in Francia la settima finestra. Le “finestre di Overtone” sono i passaggi sequenziali attraverso cui evolve (o involve, dipende dai punti di vista) il costume nelle società moderne pluralistiche. La questione dell’aborto ne è l’esempio perfetto. All’inizio dell’evoluzione (prima finestra) l’aborto è un crimine proibito dalla legge: così in Italia fino al 1978, e ancora oggi in alcuni Paesi, soprattutto islamici. Poi (seconda finestra) l’aborto viene scriminato, depenalizzato: non è più reato, viene permesso, quando la gravidanza attenta alla salute psico-fisica della madre (per es. la legge italiana di modernità ed emancipazione, punto di rottura e di fuga da morali troppo rigide e dai meccanismi sociali di colpevolizzazione e di omertà che esse innescano. Un passo ancora, ed ecco che abortire, piuttosto che continuare la gravidanza, diventano due scelte fondamentalmente equivalenti: tutto è relativo e rimesso alla coscienza individuale (quarta finestra).

Presto però la prassi abortista si diffonde, anzi dilaga, divenendo normale consuetudine ospedaliera; e viceversa la scelta pro vita, nonché la critica nei confronti dell’aborto, viene vista come vagamente “retrò”, passatista, conservatrice, reazionaria (quinta finestra). Anzi, il fronte anti-abortista, benché largamente minoritario nella società civile, viene guardato con crescente fastidio, giusto appena tollerato. Gli si rimprovera di essere fermo al medioevo, di voler imbavagliare i diritti individuali delle donne. Il suo stesso esprimersi al di fuori di chiesuole e sacrestie viene visto come attentato alla laicità dello Stato. Insomma, il “politicamente corretto” tira ormai tutto dalla parte opposta (sesta finestra). Epilogo finale (settima finestra): essere contrari all’aborto diventa reato. Ostacolarne l’esecuzione, e forse la libertà stessa di pensarla diversamente rispetto al “mainstream“dominante (proaborto), potrebbe essere perseguito penalmente. Ecco che, nel passaggio dalla prima alla settima finestra, la posizione di partenza si è completamente rovesciata nel suo diametrale opposto. È il pluralismo, bellezza, la democrazia...

In Italia, attualmente, in tema di aborto, la nostra società civile vaga all’incirca fra la quarta e la sesta finestra, a seconda delle latitudini (nord/sud del Paese; realtà metropolitana o provincia; progressismo delle Ztll cittadine o tradizionalismo delle aree rurali e montane...). Invece i cugini francesi, da sempre all’avanguardia nel campo dei diritti soggettivi e delle libertà individuali, con la deliberazione di questi giorni a Camere riunite hanno decisamente varcato la settima finestra. L’aborto in Francia non è più semplicemente un intervento medico-chirurgico scriminato e depenalizzato in ragione della libera scelta della madre, ma diventa un diritto soggettivo di rango addirittura costituzionale. Sparisce totalmente la tutela del bambino, del resto già molto affievolita dall’allargarsi proteiforme dell’ “indicazione terapeutica” necessaria (nella precedente legislazione) per poter legittimamente abortire. Dunque l’aborto non è più semplicemente “permesso”: è “normale”, anzi, ”costituzionale”, parte cioè dei diritti fondamentali di una persona. Non conosco abbastanza l’ordinamento giuridico francese, ma immagino che, a questo punto, diventerà molto difficile, forse impossibile, l’obiezione di coscienza da parte di medici e infermieri che non se la sentono di praticare gli aborti; e la stessa espressione della libertà di pensiero, contraria all’aborto e a tutela della vita nascente, fino a che punto sarà ancora lecita e non diventerà invece reato d’opinione? In altri termini: sarà ancora possibile fare obiezione di coscienza a una prassi (l’aborto) che implementa un diritto costituzionale? Si potrà ancora dissentire pubblicamente su un diritto di rango addirittura costituzionale? Sento puzza di Stato totalitario. Quasi quasi invoco l’intercessione di Pannella, Faccio e Bonino a tutela delle minoranze, della libertà di coscienza e di opinione, e contro l’invasione dello Stato etico.

Ma lasciamo volentieri agli esperti di diritto i risvolti giuridici della decisione del Parlamento francese. Resta il dato: che la tutela della vita nascente è completamente scomparsa dal radar della coscienza personale e collettiva. Resto convinto che l’aborto sia un male: per i bambini che non nascono, ovviamente (235mila all’anno in Francia, al netto ovviamente degli aborti farmacologici), ma anche per le loro mamme, per le quali l’invasività dell’aborto rappresenta comunque una ferita profonda. Quale sarebbe allora il bene? Bimbo e mamma insieme, non contro. E i casi complessi, quando una gravidanza ha molti e seri motivi per essere indesiderata? Nessuno mette qui in questione – sul piano giuridico e civile di uno Stato pluralista – la libertà di scelta e di autodeterminazione della madre nei casi complessi. Ma appunto di casi complessi dovrebbe trattarsi, non di “normalità” addirittura di rango costituzionale.

Giova ricordare che fare le leggi, in uno Stato pluralista (e specialmente le leggi costituzionali), è cosa tremendamente seria, perché la tutela di un soggetto deve sempre tener conto delle ricadute e delle conseguenze sugli altri soggetti. E francamente 235mila bambini all’anno non nati, non mi sembrano una quisquiglia. Sempre che quel famoso radar della coscienza personale e collettiva non abbia da tempo smesso di funzionare. È cosa tremendamente seria anche la “questione femminile”, questione di dignità e di libertà, e giustamente ogni anno l’8 marzo viene a ricordarcela. Ma ci può essere dignità senza empatia verso il più debole? E libertà senza responsabilità verso il più fragile? «Mon coeur, mon corp», stava scritto ieri sul ferro gelido della Torre Eiffel di Parigi. Io ci avrei aggiunto anche «mon amour», pensando a tanti bambini non nati e senza voce.

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