«Flussi migratori. Noi del meccanico siamo tagliati fuori»

Occupazione Nel settore mancano i lavoratori. Andrea Beri: «Le imprese lecchesi sono in salute, ma senza gli operai rischiano di non poter crescere»

Uno dei temi dell’economia post pandemica è legato alle risorse umane. Nel senso che non ce ne sono, nemmeno facendo ponti d’oro.

Tanto che in misura sempre maggiore i nostri imprenditori stanno guardando all’estero, per trovare la forza lavoro che serve loro a sviluppare le aziende, attraendoli nel Lecchese con l’obiettivo di farveli restare. I migranti, dunque, in modo sempre più importante entreranno nel tessuto produttivo nostrano, sempre che il sistema lo consenta. Lo sa bene Andrea Beri, amministratore delegato della Ita di Calolzio, che si scontra quotidianamente con questo problema, come tanti suoi colleghi.

La trafileria di via Lago Vecchio sta subendo una trasformazione, anche nell’ottica di essere più ambita dai lavoratori: il restyling esterno e interno – con creazione di nuovi spazi, tra spogliatoi, sala mensa e addirittura una palestra – fa il paio con la riqualificazione esterna che passa attraverso l’acquisizione di aree da destinare al personale e al pubblico.

È sufficiente? «Per quanto siano apprezzati e graditi, tutti gli sforzi che stiamo facendo non sembrano sufficienti ad attrarre nuove risorse. È come realizzare un film capolavoro e proiettarlo in una città senza abitanti: alla fine non arriva nessuno».

È un problema che spazia ormai in maniera trasversale su tutte le tipologie di figure, dalle meno qualificate a quelle più specializzate. «Siamo una provincia in cui le ultime analisi dicono che il tasso di disoccupazione è del 4,6%: un dato pressoché fisiologico, molto lontano dal 9,7% nazionale. Ormai possiamo dire che Lecco non ha un problema di disoccupazione, ma di occupazione. Le aziende sono praticamente tutte in salute, ma i loro spazi di crescita sono penalizzati da questa problematica».

L’inserimento dei migranti potrebbe essere importante, in questa situazione. Ma Beri invita a una riflessione. «La provenienza non è una discriminante nelle aziende del nostro gruppo: è sufficiente che abbia voglia di lavorare. Però bisogna capire cosa si intende per immigrato e non lo sia “a tempo determinato”. Penso a chi è giunto dall’Ucraina in questi mesi. Adesso, in questo momento di emergenza, le frontiere sono aperte. Se, dopo averlo formato per 6/12 mesi, la politica decide che non ha diritto al rinnovo del permesso di soggiorno e lo rimanda in Ucraina, l’impresa cosa fa?».

Servono certezze, che però mancano anche sotto il profilo della gestione dei flussi di immigrazione per il comparto della meccanica, che sono chiusi ormai da due anni. «Oggi i flussi sono aperti solo per alberghiero e agricoltura, mentre un settore trainante per il Pil italiano ne è escluso, in teoria per agevolare i percettori del Reddito di cittadinanza nel trovare un’occupazione. Cosa che però, in pratica, non accade, considerato che gli uffici di collocamento non dispongono nemmeno dei nominativi di chi riceve il beneficio. Il paradosso è che abbiamo anche assunto migliaia di persone in Italia per collegare i percettori al mondo del lavoro, inutilmente. In questa situazione, dovrebbero quanto meno sbloccare i flussi».

Si potrebbe però attingere tra chi in Italia c’è già. «Come se fosse facile. Per lo stabilimento di Vicenza, con l’ausilio di un mediatore culturale ho fatto venti colloqui tra persone giunte sul territorio nazionale in modo irregolare e inserite nei centri di accoglienza. La maggior parte di queste ha preferito restare “a spasso” piuttosto di mettersi a lavorare. Alla fine, ho assunto il mediatore culturale, che schifato da questa situazione ha scelto di cambiare lavoro, oltre a cinque di questi ragazzi».

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