I profughi tentano   di forzare il confine
Alcuni dei volontari che ieri hanno portato generi di prima necessità ai profughi (Foto by Butti-Pozzoni)

I profughi tentano

di forzare il confine

Respinti in massa a Ponte Chiasso sessanta stranieri che avevano lasciato la stazione di San Giovanni. Intanto la città si mobilita via Facebook: decine di volontari in serata a distribuire cibo e generi di prima necessità

Una sessantina di stranieri - gli stessi profughi che in questi giorni sono stati assistiti da prefettura, Caritas e Croce rossa alla stazione di San Giovanni - hanno tentato ieri di “forzare” in massa il valico di frontiera di Ponte Chiasso, per poter entrare in Svizzera e continuare il loro viaggio verso il Nord Europa.

Ovviamente sono stati tutti intercettati e respinti in blocco, dopo essere stati radunati in uno “stanzone” degli uffici doganali, sorvegliato non solo da un gruppo di poliziotti dello stesso reparto mobile che in queste ore controlla la stazione comasca, ma anche da colleghi della polizia di frontiera ticinese.

Identica procedura per tutti, la cosiddetta “riammissione semplificata”, che si applica ai clandestini che vengano fermati lungo la fascia di confine (l’alternativa, in caso di fermo lontano dai valichi o in un cantone interno è la riammissione ordinaria, con una procedura un po’ più rielaborata). Così, tra le 11 e il primo pomeriggio di ieri, i profughi rientravano a piedi in Italia alla spicciolata e in perfetta solitudine, apparentemente abbandonati a sé stessi in piazzale Anna Frank, di fronte alla dogana e con un foglio in mano, probabilmente quello di espulsione. Inutile porre domande: la maggior parte di loro non parla un parola di inglese, figurarsi di italiano. I più “attrezzati” riescono a pronunciare il nome della nazione di provenienza, che è in genere una di quelle (Eritrea o Somalia, per esempio) che in teoria consentono di inoltrare richiesta di asilo o di ottenere lo status di rifugiati.

Attorno alle 19 erano di nuovo tutti al “loro” posto, cioè in stazione, a San Giovanni, tra i volontari Caritas che riprendevano la spola in auto con la mensa di via Grossi e qualche italiano di quelli che dormono in stazione, clochard nostrani parecchio alterati per le conseguenze di questa convivenza forzata. Si è vista anche qualche faccia nuova, conseguenza della “chiamata alle armi” lanciata via Facebook, una sorta di appello diffuso nel pomeriggio per richiamare l’attenzione dei comaschi e per chiedere la disponibilità a portare in stazione generi alimentari, abiti, scarpe, spazzolini, sapone, dentifricio.


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