«Troppi in discoteca

hanno fatto i furbi

Ma fuori è peggio»

L’imprenditore Alberto Fumagalli guida il “Nameless” che quest’anno è stato sospeso per la pandemia: «Il settore rischia di perdere tante professionalità»

«Troppi in discoteca hanno fatto i furbi Ma fuori è peggio»
La folla al Nameless 2019: quest’anno il festival della musica elettronica è stato fermato dal Covid

La danza vietata in discoteche e sale da ballo fino al 7 settembre, e l’obbligo di mascherine indossate anche all’aperto, dalle 18 alle 6, se impossibile il rispetto della distanza interpersonale.

Con l’ordinanza firmata il 16 agosto dal ministro della Salute Roberto Speranza (che sospende «all’aperto o al chiuso le attività del ballo») è vietato danzare in discoteche, lidi, spiagge, alberghi.

Una misura che si sarebbe potuta evitare? Lo abbiamo chiesto ad Alberto Fumagalli, 35enne, titolare di Nameless Srl, la società che organizza il “Nameless Music Festival”, rimandato quest’anno, che tornerà nel 2021 ad Annone Brianza.

La zona grigia

«Parto da una premessa, le discoteche sono una categoria particolare, abituata a essere accusata di ogni male – dice Fumagalli – a volte anche per colpe proprie. Il problema? Spesso sono meta di professionisti, ma anche di soggetti che professionisti non sono. Penso che avrebbero dovuto fare sistema subito dopo il lockdown, auto-riorganizzandosi e selezionandosi, facendo squadra contro i “furbetti” che le popolano e premiando chi lavora nel modo corretto».

Un concetto che il fondatore del festival Nameless (nel 2019 a Barzio 50 mila presenze in tre giorni) chiarisce ulteriormente. «In una situazione dalle regole poco chiare o impossibili da rispettare, con differenze tra regione e regione, tanti addetti ai lavori hanno lavorato fuori dalle regole – prosegue Fumagalli – . Nessuno avrebbe impedito ai gestori, per esempio, pur osservando le normative governative come la capienza ridotta, di chiedere ai clienti di indossare la mascherina, in ogni caso. Ci sono casi virtuosi in questo senso, locali importanti per esempio sulla Riviera romagnola dove ciò accadeva: mascherine anche ballando in spiaggia, sotto il sole. Si poteva, inoltre, vietare tassativamente di bere e fumare in pista, le scuse più usate per togliersi la mascherina».

Regole certe e condivise su tutto il territorio nazionale, insieme a un atteggiamento costruttivo da parte sia degli imprenditori sia della clientela, avrebbero potuto giovare a tutti. «Il Governo poteva fare di meglio? Sì – dice l’imprenditore –: si poteva prevedere il “delirio” a Ferragosto sulle coste italiane. Si poteva pensare ad apeMa fuori rture con cadenze temporali precise, piuttosto che rovinare le vacanze ai ragazzi che avevano prenotato anche per frequentare le discoteche. Aprire il giorno “X” con determinate regole: se non rispettate, multa salata al cliente e revoca della licenza ai gestori. Erano le basi di una collaborazione pacifica e costruttiva».

I casi virtuosi

Il pensiero dell’imprenditore lecchese non tralascia il ruolo (positivo) che una discoteca può svolgere. «Luoghi attrezzati con personale preparato a gestire situazioni complicate – dice –. Spesso la discoteca è più sicura di una periferia o di un centro città. Chiuse le discoteche, i ragazzi si ritroveranno in altri luoghi o in spazi privati senza alcun controllo».

I ragazzi

Certo è necessaria la volontà di comprendere la situazione e rispettare le norme da parte dei clienti. «Ho assistito a scene raccapriccianti di giovani che fischiavano quando gli si chiedeva d’indossare la mascherina – aggiunge il fondatore del NMF –. Così non va. Servono la voglia di rispettare le regole e più istruzione. I ragazzi vanno accompagnati facendo una campagna d’informazione e responsabilizzazione: se lo si facesse, sarebbe i primi ad accettare qualche sacrificio per continuare a divertirsi».

Se il 2020 rimarrà un anno durissimo sul piano sanitario ed economico (Nameless Srl perderà oltre il 90% di fatturato, nell’ultimo esercizio superiore ai 2 milioni di euro), il rischio è anche quello di perdere professionalità. «La situazione è tragica – conclude Fumagalli – e si rischia un forte impoverimento della cultura contemporanea. Tanti professionisti del settore nella necessità in cui si trovano cercheranno un altro lavoro».

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