ESCLUSIVA In viaggio con Locatelli
Una vita Loca? «No, io ragazzo dell’ oratorio»

Il calciatore galbiatese tra infanzia, famiglia e amicizie. «Se riesco a reggere con equilibrio le pressioni lo devo ai miei genitori». E ancora: «Non avessi incontrato De Zerbi, non sarei ora alla Juve e in Nazionale»

Cinture allacciate che si sale a bordo di Manuelandia. Sgombriamo però subito il campo (non certo quello da gioco) dagli equivoci. Se vi aspettate che nelle righe che seguiranno ci si soffermi su temi tecnico-tattici, su rinnovi di contratto, su campionato e coppe, e più in generale su aridi - per quanto purtroppo assai gettonati - argomenti da bar dello sport e di certe trasmissioni trash televisive, allora spiace deludere le attese. Meglio prendiate subito le distanze dal prosieguo della lettura perché questa lunga conversazione non vi si addice Patti chiari, amicizia lunga, insomma. Lo scopo di questa intervista con il calciatore lecchese attualmente più celebre - e già sin d’ora tra i più famosi di sempre - è infatti un altro. Ovvero, cercare di far conoscere l’uomo che si cela dietro il calciatore di fama. Magari realizzando, insieme a noi, che è in realtà l’uomo stesso a prevaricare sul personaggio. E lo si fa toccando un po’ tutte le sue corde. Iniziando il racconto là dove affondano le sue radici. Famiglia e territorio in primis. Per poi spaziare con la complicità di un interlocutore che non si nega e non si sottrae. Che non si trincera e che risponde. Avanti, dunque, e che Manuel Locatelli non ci (e si) faccia mancare nulla.

Un salto indietro nel tempo: torna bambino e raccontaci la “tua” Galbiate.

Innanzitutto l’oratorio, dove non solo andavo a tirare due calci al pallone, ma nel periodo estivo facevo anche l’animatore. A quell’ambiente sono ancora molto legato. Per la verità, ora ci torno poco, ma quando sono lì è sempre un’emozione perché affiorano bellissimi ricordi.

E la tua Galbiate di adesso cos’è?

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