L’amara stagione

dei baci proibiti

L’amara stagione dei baci proibiti

Per fortuna ci sono baci che vanno a finir meglio: quelli tra genitori e figli, per esempio, al contempo gesti di affetto e affermazioni di possesso, e quelli tra coniugi anziani, simili a beccatine di passero, contatti che appena dietro l’abitudine rivelano un’intesa consolidata, incomprensibile per chi è appena più giovane, e infine quelli del cinema: affascinanti, stilizzati, iconici. Con un gran bacio tra Audrey Hepburn e George Peppard finisce “Colazione da Tiffany”, e Cary Grant in “Notorious” si bacia e strabacia Ingrid Bergman con l’espressione di chi spera che il regista - Alfred Hitchcock – non si risolva mai a dare lo “stop!”. Tra i tanti, piace ricordare anche un bacio mancato, che casca a fagiolo nel centenario felliniano: il bacio che Marcello Mastroianni, ne “La dolce vita”, non riesce veramente a dare ad Anita Ekberg, forse incantato da tanta monumentale bellezza: quella di Anitona, certo, ma anche quella che promana dai riflessi acquatici e marmorei della Fontana di Trevi.

Speriamo almeno che funzioni, questa precauzione dal sapore vittoriano, perché, come vedete, basta grattare la superficie del bacio per accorgerci di quanto grave sia la perdita. Tra l’altro, qualche sospetto d’inutilità sovviene: il virus, come sappiamo, proviene dall’Oriente, dove al di fuori delle relazioni sentimentali ci si bacia poco, pochissimo. Perfino la stretta di mano, pur praticata, provoca sempre, tra gli orientali, una reazione curiosa: con la stretta ci si scambia anche un risolino, come se i due chiamati al gesto provassero imbarazzo nel replicare una consuetudine tutta occidentale.

Ma, insomma, non facciamo i disfattisti: non baciarsi servirà senz’altro a debellare il virus, poco interessato a propagarsi tra entità biologiche così bacchettone. A noi non resta che sopportare, stingendo i denti: ogni bacio abortito, dopo tutto, è un piccolo insulto che portiamo alla nostra storia e perfino alla nostra specie. Tra innamorati, ricordiamolo, il primo bacio è un ponte gettato con ardimento tra noto e ignoto, una sfida che richiede immane coraggio. La paura di essere respinti, e quindi di fatto annullati, almeno simbolicamente, nella nostra preziosa identità, è sempre presente. Eppure la specie continua anche perché quest’atto di audacia uomini e donne continuano a compierlo, a loro rischio e pericolo. Nelle relazioni umane, il primo bacio è il piede di Armstrong sulla Luna, la spedizione di Colombo che lascia Palos de la Frontera e che, come quella di Colombo, puntando all’India non di rado trova l’America.

Rinunciarci è dunque mutilare – speriamo temporaneamente – la nostra natura. Se però ne va della salute collettiva, sforziamoci di rispettare la consegna. Non che i governanti si meritino tanta obbedienza. Giuseppe Conte è uno che dopo aver fatto svariati mestieri – l’avvocato, il professore, il “boy” per Wanda Osiris – ha deciso che la sua vera vocazione è quella del premier e adesso non vuole più smettere, mentre il governatore Attilio Fontana, dopo la figuraccia rimediata a video, ha annunciato di aver finalmente appreso la procedura corretta per infilare la mascherina: dai piedi, come le brache.

Se non per loro, facciamolo per noi, nella speranza che questa astinenza da bacio serva a rigenerare il significato del gesto, a caricarlo ancor più di sentimenti benevoli e amorosi cosicché, passata l’emergenza, torneremo a baciarci con rinnovata passione. Al momento non ci restano che i Baci Perugina, molto calorici, e il bacio stilizzato delle emoji: un faccia gialla che raccoglie le labbra a culo di gallina emettendo un cuoricino. Come tante cose sul web, una metafora per la decadenza della nostra civiltà. Dalla quale però, come dall’epidemia, possiamo ancora uscire. Baci a tutti.

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