Il virus cinese  tra paura e affari

Il virus cinese

tra paura e affari

Sul fronte economico ci sono in ballo miliardi e miliardi di euro e di dollari. Google ha chiuso fino a nuovo ordine i suoi uffici in Cina così come quelli a Hong Kong e a Taiwan. Apple – che rischia una brusca frenata nella produzione degli smartphone di ultima generazione, fabbricati nel Paese del Dragone – ha vietato ai propri dipendenti le trasferte in Cina, dove peraltro ha già chiuso uno dei suoi store.

Alibaba ha invitato il personale cinese a lavorare da casa, mentre Tik-Tok, il social network dagli occhi a mandorla, ha chiesto ai dipendenti che hanno viaggiato nel Paese per festeggiare il Capodanno cinese di mettersi in quarantena per almeno due settimane. Facebook e Lg, il colosso sud coreano dell’elettronica, hanno anch’essi rallentato i contatti con la Cina, per non parlare di tutti i tagli messi in atto sul fronte del turismo e dei viaggi d’affari dai tour operator e dalle compagnie aeree di mezzo mondo.

Traducendo il tutto in moneta sonante, secondo uno studio della banca d’affari Morgan Stanley, l’epidemia di Coronavirus in Cina potrebbe danneggiare in maniera sensibile la crescita globale non solo nel breve termine, ma anche nel lungo periodo, qualora non fosse possibile bloccarla nel giro delle prossime 12-14 settimane. Se la Cina rischia di perdere un punto percentuale del proprio Pil già nel primo trimestre dell’anno, l’economia globale potrebbe segnare un calo di crescita tra 0,15 e 0,3 punti. Insomma, c’è poco da scherzare.

E sul fronte sanitario? Puntando saggiamente a sbagliare più per sopravvalutazione del problema che per sottovalutazione, bene ha fatto il governo a decretare lo stato d’emergenza, assumendosi le conseguenze del caso (psicosi compresa). Di più e di meglio è difficile aspettarsi, anche perché sono ancora molti i punti oscuri alla comunità internazionale. Il fatto che sia stato lo stesso presidente cinese ad annunciare al mondo che la situazione in Cina sia particolarmente grave significa soltanto due cose: che è gravissima (almeno dal punto di vista della diffusione e del numero di malati coinvolti) e che lo è da ben prima dell’annuncio di Xi Jinping. Se ci aggiungiamo che in quattro e quattro otto le autorità cinesi hanno allestito un mega cantiere con centinaia di ruspe al lavoro simultaneamente per realizzare a tempo di record un ospedale di mille posti letto nel cuore dell’epidemia, non è difficile immaginare la reale portata del problema.

Volendo guardare il bicchiere mezzo pieno, il fatto che il virus abbia varcato le frontiere della Grande Muraglia ha un risvolto positivo, e cioè che ora lo stanno studiando anche i migliori centri di ricerca statunitensi ed europei, che hanno già iniziato a tracciarne un identikit un po’ più definito, cercando anche una via verso il vaccino, obiettivo difficilmente raggiungibile, almeno per questa emergenza.

C’è da aver paura? In linea di principio, no, anche se i meccanismi della paura e dell’ansia, una volta messi in movimento, sono difficili da bloccare. Un po’ come l’assalto della mamma al pronto soccorso quando il piccolo di pochi mesi ha 40° di febbre: hai voglia a spiegarle che forse era il caso di aspettare 24-48 ore prima di precipitarsi in ospedale. Su questo fronte, purtroppo, bisogna solo aspettare che la “pandemia psicotica” faccia il suo corso.

L’aspetto che deve preoccupare di più non è tanto l’indice di mortalità del virus (compreso tra il 2 e il 3%), ma la sua capacità di diffondersi tra la popolazione, quel che gli addetti ai lavori chiamano “R zero”, ovvero il numero di persone che è in grado di infettare. Se l’”R zero” è inferiore a uno, il virus si spegne e muore naturalmente in un ragionevole lasso di tempo, se è superiore a uno, al contrario, continua a diffondersi. Il Coronavirus ha un “R zero” stimato tra 2.3 e 2.6, quindi particolarmente potente.

E qui entra in gioco il nostro comportamento, attualmente l’unica cosa o quasi in grado di modificare il virus: più giriamo per il mondo, più ci esponiamo ai rischi, più contribuiamo alle modificazioni che s’innescano nel virus ogni qual volta infetta qualcuno. Più ci proteggiamo, meno ci esponiamo ai rischi, meno il virus circola. E meno il virus circola, più resta stabile, condizione ideale per tentare lo studio di un vaccino. Aggiungiamoci un robusto e ripetuto lavaggio delle mani, tossiamo e starnutiamo nell’incavo del gomito (come suggerisce il virologo Roberto Burioni), e già che ci siamo aboliamo (almeno temporaneamente) strette di mano, baci e abbracci. Per una volta, meglio usare gli emoji dello smartphone: sembreremo maleducati, ma è un rischio che possiamo correre. Solo così, in attesa del vaccino, il coronavirus andrà incontro alla sua Waterloo. Con buona pace di Napoleone.

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