Il premier silente  e la lezione del potere

Il premier silente

e la lezione del potere

Questa scena memorabile di “Fantozzi” - capolavoro di Paolo Villaggio, che il circolo degli intelligenti ha sempre considerato un comico di serie b, per poi faticosamente accettare che fosse un comico di serie a, ma senza mai neppure lontanamente intuire, tutti così impegnati nell’esegesi del teatro alternativo in calzamaglia, che era invece il nuovo Longanesi, il vero Gogol italiano – si è confermata di grandissima attualità in queste prime settimane del governo Draghi. Il genio di Villaggio ha infatti tratteggiato, in chiave grottesca e iperbolica, il potere, il potere vero, il puro distillato di potere, le sue stimmate, proprio attraverso la sua invisibilità, la sua inafferrabilità, la sua apparente assenza, anzi, la sua inesistenza.

Ora, l’ex presidente della Bce esiste eccome ed è dotato di una cultura e di un curriculum chilometrico che a raffrontarli con quelli dei nostri statisti di destra, di centro e di sinistra c’è da tenersi la pancia dalle risate, ma è indubbio che proprio questo profilo già altissimo di suo in questi giorni stia lievitando con progressione geometrica proprio perché si basa su una novità assoluta, sconvolgente, rispetto ai codici che definiscono il mercato delle vacche, il pollaio, il suk, il chiacchiericcio da lavandaie della politichetta italiana. E cioè, il silenzio. Il silenzio assoluto. Il silenzio assordante.

Verrà il giorno in cui valuteremo se Draghi è stato un ottimo, o addirittura formidabile, presidente del consiglio, oppure modesto, mediocre o truffaldino. Questo ce lo dirà solo la storia, anche se per far peggio dei suoi ultimi e pure meno ultimi predecessori si dovrà mettere davvero d’impegno, ma per il momento il dato straordinario è la sua diversità, la sua alterità, la sua incompatibilità con il canovaccio ridanciano del nostro palazzo, con la sbobba demagogica che ci viene riversata da anni nel truogolo della comunicazione massificata.

Lui non parla. Non concede interviste ai giornali. Non va in televisione. Non frequenta i talk show ribollenti di gente urlante e sudata. E poi non tuitta. Non facebucca. Non instagramma. Non appare. Non si vede. Ma, soprattutto, non parla. Non parla mai. E a noi pennivendoli, a noi integerrimi cani da guardia della democrazia pronti a tutto pur di difendere i diritti dei più deboli e di chi non conta nulla e che - quindi - un secondo dopo la sua nomina abbiamo iniziato a cinguettare e a squittire e a pigolare e a sbavare e a slurpare e a sdraiarci sotto le sue scarpe e a srotolargli lo zerbino e a portargli il caffè e tutto il resto che contraddistingue dalla notte dei tempi questa meravigliosa categoria di eroi che ai potenti gli fa un mazzo così, beh, insomma, con uno che non parla mai noi andiamo fuori di testa. Noi diventiamo pazzi.

Ci sono augusti colleghi che non dormono più di notte, che sono finiti in depressione e che passano le giornate ai giardinetti ricordando i bei tempi andati nei quali l’autorevole statista di destra si filmava e si selfeggiava mentre si pappava un maritozzo e si scofanava un’impepata di cozze e mandava bacioni a questi e a quelli e ululava alle folle che lui i negri li rimandava a casa loro a calci in culo, mentre nel frattempo l’autorevole statista di sinistra pontificava che era una vergogna che le donne non avessero ruoli di potere e che ora e sempre resistenza e se lo si notava di più se diceva che il segretario del suo partito era un perfetto imbecille o se epigrammava che tutti quelli che non avevano fatto il Classico e scritto il loro diario odeporico erano dei buzzurri e degli evasori. Niente. Tutto finito. Questo qui ci snobba, ci evita, ci tratta per quello che siamo, sostanzialmente personaggetti inutili e molesti, e intanto, guarda un po’, fa pure qualcosa. Qualcosa di rivoluzionario.

Tanto che se ne è accorto pure uno della sinistra chic, ma per niente stupido, come Michele Serra, che ha riconosciuto che il blocco delle esportazioni del vaccino AstraZeneca in Australia rappresenta una nuova Sigonella. E che ci voleva un banchiere, anzi, il principe dei banchieri e quindi della casta e quindi dei poteri forti e quindi del complotto pluto-giudaico, per ricordare ai signori di Big Pharma che i contratti si rispettano e che prima dei giganti del mercato ci sono gli Stati. E, prima ancora, la politica. Vi immaginate cosa avrebbero invece combinato i nostri novelli De Gasperi, oltre alle solite chiacchiere e ai soliti distintivi?

Magari Draghi ci smentirà dolorosamente tra pochi giorni, magari si infilerà pure lui nello stesso percorso autodistruttivo già intrapreso da Monti, al quale sono bastati pochi mesi di frequentazione con la bestia della politica per farsi trasformare da economista di gran pregio a ridicola macchietta, ma fino a quando il premier terrà la linea del parlare solo in Parlamento, negli eventi ufficiali e direttamente alla nazione, la partita l’ha già vinta.

E speriamo che sia così. Potrebbe rappresentare lo spillone grazie al quale bucare la bolla mediatica nella quale non solo i media, ma tutti quanti ci siamo infilati, illudendoci che la moltiplicazione delle parole, delle foto, dei commenti sagaci, degli insulti, delle balle spaziali, delle sgrammaticature, degli analfabetismi e, soprattutto, delle frustrazioni fosse il nuovo mantra del nuovo potere: accumulare, accumulare, accumulare per convincere, per indottrinare, per plagiare. Certo, il giochetto funziona, ma ha il fiato corto. E brucia i suoi garruli sacerdoti con la stessa velocità con la quale si incenerisce, di notte, una falena. Il potere, quello vero, tace. E non si vede. Come eternato nella formidabile scena finale de “I soliti sospetti”: “La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste”.

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