Lecco. «Sulla chiusura

non si torna indietro»

Bulciago: Rossana Cantù, direttrice delle risorse umane di Teva, ribadisce la posizione dell’azienda israeliana: «Non c’è correlazione tra questa scelta e le ispezioni dell’Aifa». I lavoratori: «Falso, dopo i volumi sono calati»

Lecco. «Sulla chiusura non si torna indietro»

«Molto francamente, e fermamente, dobbiamo dire che la chiusura dello stabilimento di Bulciago è irreversibile».

“Sicor – Teva” lo ribadisce, all’indomani del tavolo aperto con le segreterie nazionali, oltre che territoriali e con la Rsu; la conferma proviene dal direttore delle Risorse umane, Rossana Cantù.

«Lunedì pomeriggio, coi colleghi del management di Sicor, abbiamo ascoltate e preso atto delle richieste che ci sono state avanzate dalle organizzazioni sindacali – informa – Noi riferiamo alla “casa madre” e tutte le tematiche emerse sono al vaglio; il prossimo lunedì mattina, nel nuovo confronto già programmato con le stesse organizzazioni, comunicheremo l’esito. Il nostro punto fermo resta, comunque, questo: la chiusura dello stabilimento».

All’esterno, da lunedì sera è in atto il presidio permanente dei lavoratori, tra i quali serpeggiano sentimenti di disagio, sofferenza e anche rabbia; per molti «è colpa dell’azienda, se si arriva alla chiusura» ed emergono retroscena, come le ispezioni, eseguite dall’Agenzia italiana del farmaco Aifa.

«Siamo stati già chiari, su questo punto, con i sindacati, la Rsu e con i dipendenti: non c’è alcuna correlazione – esclude la Cantù – tra le ispezioni e la chiusura del sito».

Le problematiche con Aifa non hanno influito assolutamente sulla scelta di Teva, che risponde a politiche globali di mantenimento della sostenibilità della produzione. Con Aifa lavoriamo in stretta collaborazione e l’autorità è stata a propria volta informata della decisione di chiudere lo stabilimento di Bulciago, ma non c’entra assolutamente nulla».

«A seguito delle ispezioni, abbiamo adottato tutte le misure indicate, giungendo alla piena esecuzione, con totale successo, del “remediation plan”, pertanto rientrando in tutti i parametri e ritornando completamente operativi. Non è, dunque, assolutamente per questo, e non c’è alcun nesso, con la scelta di chiudere».

Non così la pensano i lavoratori: «La ragione sostenuta da “Sicor – Teva” – ricordano – è che i volumi di produzione del nostro stabilimento sono andati diminuendo: per questo non sarebbe più sostenibile: lo va ripetendo a tutti i tavoli. Infatti, basti dire che questo stabilimento brucia 30mila euro di metano al giorno; ma, fino agli anni scorsi, produceva circa 500 tonnellate l’anno di principi attivi che spaziavano dagli analgesici, al controllo della pressione, alle terapie per il morbo di Alzheimer».

«Quando abbiamo subìto l’ispezione (e non una sola) Aifa ha ordinato di riprocessare tutto. Per oltre un anno – riferiscono i dipendenti – qui abbiamo lavorato per riallinearci alle prescrizioni; la conseguenza è stata che, per produrre meglio, i lotti sono diminuiti: siamo arrivati a un terzo dei principi attivi, rispetto a prima, limitandoci di fatto a quelli per il controllo della pressione e per il cuore, benché remunerativi».

«Oltre a dover rispettare standard che obbligano a una produzione non più massiva, vengono inoltre imposte sanificazioni di tutti gli impianti, ogni tot lotti: cioè, tempi morti».

«Ecco perché, in questi costi, Teva dice di non starci più dentro ma – è il grido d’allarme dei dipendenti di Bulciago – il rischio è che la stessa sorte tocchi presto anche agli altri stabilimenti del gruppo: produrre in Italia, con gli standard di Aifa, costa; in Croazia, in Polonia e, soprattutto, in India, infinitamente meno».

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