Camici nei container da mesi  “Requisiti” da Arcuri, si va al Tar

Camici nei container da mesi

“Requisiti” da Arcuri, si va al Tar

Un’assurda vicenda burocratica sta penalizzando in modo grave un’impresa di Nibionno, che ha perso sia i clienti che la merce

Un carico di dispositivi di protezione individuale minima, di tipo 1, ossia quelli a disposizione di imbianchini, parrucchieri, estetisti, fermo al porto di Genova da oltre due mesi.

Un container sul quale si abbatte prima la scure della burocrazia, con difficoltà di sdoganamento che si protraggono per settimane prima e la decisione del commissario per l’emergenza Covid-19 Domenico Arcuri, il 9 ottobre, di requisirlo, come è previsto dagli attuali protocolli legati alla pandemia, poi. Salvo fare marcia indietro una volta appurato che i 30.400 pezzi di indumenti protettivi (18.782 tute e 11.618 camici) importati dalla Tunisia dalla Effebi Wear Srl di Nibionno non potevano essere utilizzati come dispositivi ospedalieri.

Cosa che era chiara fin dall’inizio, dal momento che i beni in fase di sdoganamento erano dichiarati – come già detto – dp 1 e, quindi, inadatti per essere utilizzati in campo medico. Il risultato? Perso il cliente, il container si trova ancora fermo, dopo due mesi, a Genova, con tutte le spese di fermo porto da pagare. A raccontare la surreale vicenda è l’avvocato Laura Castelnuovo del Foro di Como, che assiste l’azienda nibionnese, intenzionata ad andare fino in fondo alla vicenda, con un ricorso al Tar della Liguria, per far valere le ragioni della Effebi Wear.

Non utilizzabili in ospedale

del 24 settembre, ossia nove giorni dopo l’arrivo della merce in porto – spiega l’avvocato -. In questi mesi di emergenza, i dispositivi di protezione individuale potevano essere requisiti, ovviamente dietro indennizzo, dalla Protezione civile, competenza poi passata, più di recente, direttamente al commissario per l’emergenza. Ma gli indumenti che la Effebi Wear stava importando non erano del tipo che si usa negli ospedali, che hanno una certificazione specifica, bensì dispositivi di protezione minima, quelli utilizzati da parrucchieri ed estetisti, ad esempio. Un particolare che lo spedizioniere non ha mancato di segnalare nella sua richiesta di sdoganamento, nella quale ha pure precisato che altre due forniture, dello stesso identico tipo, erano già state importate dalla Tunisia a giugno e a luglio e non erano state ritenute idonee per la destinazione ospedaliera».

Alti costi di fermo porto

Nella comunicazione, era anche stato evidenziato che, senza liberatoria, Effebi Wear non avrebbe potuto né ricevere la merce né tantomeno consegnare al cliente finale con rischio, poi diventato realtà, di perdita della vendita, e soprattutto di essere costretta a pagare il fermo porto. Da questo momento in poi, un rimpallo di comunicazioni tra enti, con una comunicazione del legale della struttura commissariale che, in sostanza, conferma l’intenzione di non procedere alla requisizione del carico. È il 29 settembre: «Da questa si può sostenere che il commissario fosse già a conoscenza dell’inidoneità dei dpi in questione senza che si dovesse arrivare al 6 novembre, quando il Comitato tecnico scientifico ha bocciato tute e camici rilevando che erano privi dei requisiti minimi di protezione».


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