Mani Pulite, un quarto di secolo dopo  «Da soli non si vince la corruzione»
Piercamillo Davigo, Piero Colaprico, Romagnano, Piero Calabrò, Antonio Di Pietro e Gherardo Colombo

Mani Pulite, un quarto di secolo dopo

«Da soli non si vince la corruzione»

Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo e Gherardo Colombo insieme dopo 25 anni - I tre protagonisti hanno raccontato un momento che ha cambiato la storia del nostro Paese

In tanti, com’era prevedibile, ieri sera si sono dati appuntamento al Collegio Villoresi, per ascoltare il pool di Mani Pulite, l’equipe di magistrati che ha cambiato la storia politica italiana alla fine del secolo scorso: Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo.

Da moderatori alla serata hanno fatto il magistrato Piero Calabrò e il giornalista e scrittore Piero Colaprico, penna di punta di “Repubblica”, che quella stagione della politica italiana aveva seguito da vicino.

Gli onori di casa li ha fatti il presidente dell’associazione che ha organizzato l’evento, Roberto Romagnano di Progetto Legalità: primi argomenti trattati sono stati quelli del significato di Mani Pulite e del calo della fiducia che ha fatto registrare la magistratura in questi ultimi decenni nel popolo italiano.

Gherardo Colombo è stato il primo ospite a intervenire: «Credo che Mani Pulite rappresenti la prova scientifica che in un Paese in cui la corruzione è largamente diffusa come nel nostro, la giustizia penale non sia sufficiente a combatterla. Con il tempo ho capito che il piano a cui bisogna fare riferimento è quello educativo: se non cambia la mentalità, se non si modifica il modo di pensare, il “cancro” rimarrà sempre. In basso esiste ancora la stessa disponibilità che esiste in quello alto di corrompere e di fare il proprio interesse personale invece di quello collettivo: va cambiata questa mentalità».

Sul calo della popolarità fatto registrare dalla magistratura, Colombo ha le idee altrettanto chiare: «Negli anni 90 venivamo da esempi di magistrati che avevano dato la vita contro il Terrorismo e la mafia, come Falcone e Borsellino. La gente si fidava, li vedeva come modelli e come l’opportunità di liberarsi della corruzione attraverso i magistrati. Poi, quando ci si è resi conto con il passare degli anni che non era cambiato nulla, anche su questo fronte la fiducia della gente verso i magistrati è inevitabilmente venuta meno».


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