Voglia di libertà nel Lecchese  Tra capannelli e foto ricordo
Voglia di uscire a Lecco

Voglia di libertà nel Lecchese

Tra capannelli e foto ricordo

Tanti lecchesi in centro nonostante i negozi chiusi - Tutti con le mascherine, ma le distanze sono un optional

Tutti fuori, col sorriso e le mascherine sul volto (più o meno correttamente). Se il senso della prima giornata di Fase 2 a Lecco era quello di misurare l’attitudine al “liberi tutti”, l’esperimento ha palesemente confermato quella che era la sensazione della vigilia: il centro città è tornato per una decina di ore filate il tanto agognato teatro delle vasche.

Dunque, non esattamente un sabato di normale primavera, ma certamente qualcosa a metà tra un venerdì e una domenica pomeriggio.

Le “vasche”

A metà mattinata almeno cinquanta persone calcavano in contemporanea il selciato di via Roma, mentre nel tardo pomeriggio di fatto la stessa quantità di persone “timbrava” la presenza in piazza XX Settembre.

Il tutto indipendentemente dai negozi aperti che fatalmente, essendo lunedì ed essendo ancora in lista di attesa diverse categorie di esercenti, non erano certamente la maggioranza.

L’impressione era proprio quella che la voglia di passeggiare per il centro città (e senza autocertificazione alla mano) fosse troppo forte per starsene a casa.

L’immagine plastica delle code, del resto, prendeva corpo di fronte alle farmacie e all’ingresso delle casse prelievi delle banche, in vicolo san Giacomo in attesa del turno d’ingresso al supermercato come anche di fronte ai gelatai (una decina, alle sei, attendeva l’agognato cono in piazza Cermenati).

Insomma, livelli piuttosto difformi di necessità. Tanto da far arricciare il naso addirittura a qualche commerciante, reduce dalla prima mattinata in apnea da due mesi a questa parte. «Va bene ricominciare, ma così tanti mi sembra un po’ troppo azzardato», è stato il commento, con tanto di sopracciglio alzato.

Ebbene sì: la sensazione che i lecchesi abbiano autonomamente optato per la fine di ogni rischio è stata piuttosto palese. Nelle vie del centro, ma in particolare sul lungolago.

Contraddizione per contraddizione, la chiusura cautelativa del tratto di ciclopedonale verso Abbadia ha fatto riversare centinaia di lecchesi sul tratto centrale del waterfront. «Peccato che i sentieri siano ancora chiusi», commentavano fra loro due ragazze in perfetto outfit runner, mascherina e cardiofrequenzimetro.

Sia nel tardo pomeriggio che in mattinata poteva dirsi occupata una panchina su due (distanziamento sociale promosso, in questo senso).

Bene, ma non benissimo

Peccato che di tutti i lecchesi in giro per lungolago e centro, ben pochi fossero quelli usciti singolarmente. Per la maggior parte, invece, si parlava di coppie, famiglie e gruppetti di amici. Il che ha ridato spazio ad un’altra immagine andata letteralmente perduta nelle settimane di isolamento: la sosta. Proprio così: basta con le immagini di sporadiche uscite a scopo di acquisti necessari, capo chino, sacchetti in mano e sguardo diretto alla meta, ovvero il rientro in casa, rifugio da raggiungere nel minor tempo possibile.

Passeggiando per il centro in mattinata, si incontravano facilmente capannelli ad ogni decina di metri, da piazza Garibaldi fino a via Bovara e diversi lecchesi in sosta di fronte alle vetrine dei negozi, in via Mascari come in via Cairoli. In più, qualche cane assetato condotto dal padrone ad abbeverarsi alla fontanella di fronte a Palazzo Paure, coppiette sedute sulle gradinate a fianco dell’Imbarcadero (anche se il lago, invaso dai pollini, non era in quel punto un gran vedere), e persino una mezza dozzina di clochard di fronte al Teatro Sociale (evidentemente di ritorno dalla temporanea trasferta in zona Piccola). L’ormai celebre Peter, lui no, rispettava il distanziamento sociale sulla tradizionale panchina di piazza XX Settembre, divenuta ormai personale atelier dei suoi quadretti a tempera.

Le età dei moderni peripatetici? Pochi anziani, questo va detto. Molti bambini, invece, ma piuttosto disciplinati. Saranno stati gli ordini tassativi impartiti dai genitori o forse il potere inibitorio delle mascherine? Mistero.

Già, le mascherine. La statistica di chi ieri la portava correttamente era piuttosto impietosa: uno su due, a far tanto. Qualcuno che lascia spuntare il naso, qualcun altro che la tiene pendente dall’orecchio (ma a quale punto, tanto vale dotarsi di un copricapo apotropaico), altri ancora senza alcuna misura di copertura del volto. A condire il tutto, un senso di trascinante buonumore, come andasse risuonando sui palazzi del centro città la colonna sonora di una divertente sitcom americana.

E poi ancora foto. Tante foto e tanti selfie, quasi i paesaggi, le vetrine, gli angoli pittoreschi di Lecco avessero assunto, dopo la quarantena, un nuovo e fresco appeal.

Quanto ai comportamenti, lo dicevamo, il capannello di ritrovo è ormai il must del momento. Certo, a riconoscersi. Sì, perché tra mascherina e occhiali da sole il “Ah, scusa sei tu”, è stato il grande classico della prima giornata d’aria dei lecchesi.

La morale del primo giorno in centro Lecco? Gli appelli alla moderazione hanno tutta l’aria di essere caduti nel vuoto. Si spera che il tutto rimanga comunque confinato agli articoli di colore.


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