Un alpinista non si ferma  La montagna è la sfida  che dà senso alla sua vita
Ezio Artusi, l’alpinista di Introbio morto con Giovanni Giarletta nella tragedia di venerdì in Grignetta

Un alpinista non si ferma

La montagna è la sfida

che dà senso alla sua vita

Non chiedeteglielo. Non chiedete agli alpinisti di fermarsi, non fatelo neppure in queste ore in cui da un canale della Grigna sconosciuto ai più – un solco senza storia che deve il nome a un macigno incombente, sospeso tra due speroni come un ripiano di libreria sui suoi sostegni –, proprio da quel canale precipita una tragedia che toglie il fiato e il sorriso, fa battere colpi a vuoto a migliaia di cuori, riempie la scena di dolore, di sguardi persi, di domande e preghiere.

Non si fermeranno, gli uomini delle pareti, e per primi non lo faranno quelli che ci vivono accanto e che amiamo come erano amati Giovanni Giarletta ed Ezio Artusi, davanti ai cui nomi trasformati in lapidi non smetteremo di rinnovare il rimpianto e la gratitudine, per la generosità con la quale si sono spesi nel Soccorso alpino.

Lo strazio dei lutti

Non si fermeranno, gli alpinisti, semplicemente perché non possono, perché se lo facessero non sarebbero le persone che sono e vogliono continuare a essere. È questo ciò che dovremmo tentare di capire e accettare, per quanto straziante e crudele sia ogni nuovo lutto.

Quanti amano vivere l’emozione di costruirsi il vuoto alle spalle non vanno semplicemente in montagna: proprio come noi che forse ci accontentiamo di sentieri – o di sguardi dal fondovalle, se sono altre le passioni da cui siamo stregati –, proprio come noi loro vivono. Vivono vite delle quali le vette, con tutta l’infinita varietà delle loro ardite architetture di ghiaccio e pietra, sono la chiave di volta: l’elemento che regge e dà equilibrio al tutto perché, per quanto esponga a rischi ineludibili, regala a piena mani la gioia che rende possibile dare il meglio di sé in ogni altra situazione della quotidianità.

Parlateci, con gli alpinisti. Guardateli, stanchi e sudati al rientro dalle loro ascensioni. Persino con i silenzi degli uomini di poche parole raccontano il mondo in quota come il regno della libertà e della bellezza, come luogo dei sogni, come bisogno e rifugio, come dono capace di farli star bene. E allora cosa più del ricordo della felicità da loro vissuta lassù può sostenere, insieme alla fede se la si è avuta in dono, chi vive il dolore straziante e ingiusto di non averli visti tornare?

Persino gli uomini del Soccorso a volte non tornano, loro che pure sanno tutto delle tecniche di sicurezza e di sicuro mettono al primo posto i comportamenti responsabili. La scorsa estate era accaduto anche a Gianni Beltrami, che le squadre dei volontari non soltanto lecchesi aveva guidato per decenni: il suo capolinea era stata una salita nel gruppo del Monte Bianco.

Cosa pensare? Che proprio come la medicina di fronte alle malattie più crudeli, anche la prudenza non può tutto. Ci sono pericoli oggettivi, in montagna. Pericoli che stanno lì sempre, trappole micidiali che scattano anche quando i più esperti, i migliori, hanno valutato tutto il valutabile e preso decisioni che hanno pensato fossero le più giuste.

Le tracce del destino

Non dovrebbero accadere soltanto nei contesti più estremi, cose tanto terribili? Come può un ragazzo del talento di Giarletta morire in un canale sconosciuto della Grigna solo pochi giorni dopo avere scalato il Cerro Torre, uno dei picchi più belli, difficili e pericolosi del mondo? La risposta corre anche questa volta nel vento, in un turbine vorticoso nel quale ciascuno può scorgere le tracce del caso o del destino. Cogliendo la stridente e inevitabile contraddizione nel parallelo tra vette così diverse, cosa potremmo fare se non prendere atto che la nostra pretesa di sterilizzare ogni cosa, di portare ovunque la certezza o anche peggio la presunzione di sicurezza, è utopica in ogni contesto e lo è tanto più in montagna, su ogni montagna?

Il totem dell’alpinismo

Dai tempi dell’impresa dei Ragni sulla parete Ovest, il Cerro Torre è il totem dell’alpinismo lecchese. Vederlo allungare la sua ombra fin qui ci ricorda anche che trionfi e tragedie hanno sempre accompagnato la sua epopea. Che malinconia sapere che questi sono gli stessi giorni dell’addio a Jim Bridwell, che lassù firmò un’impresa memorabile, una leggenda uscita di scena Oltreoceano tra malattia e povertà. E che struggimento ci assale nel ricordare che all’ombra del Torre riposa Paolo “Cipo” Crippa, il Ragno di Valmadrera caduto nel ’90 insieme a Eliana De Zordo, la ragazza che amava, durante un tentativo alla vicina Torre Egger.

Quante altre storie potremmo raccontare. I lecchesi ai quali la neve del tempo ha imbiancato i capelli forse non hanno dimenticato quella di Daniele Chiappa, proprio uno dei quattro uomini di vetta nel ’74, che un anno dopo l’impresa attaccò con due amici la Parete Rossa del San Martino, dritta e frantumata sopra l’abitato del quartiere Santo Stefano. Non poté far nulla per salvare Marco Crippa, uno dei suoi compagni di cordata, diciotto anni soltanto, precipitato mentre apriva la via perché quel mattino di novembre era il più forte di tutti. Una tragedia che portò l’indimenticabile “Ciapin” a fare del Soccorso alpino l’impegno di tutta la sua vita.

E come non andare col pensiero ad Hayden Kennedy, uno dei due ragazzi americani che sul Cerro Torre nel gennaio del 2012 furono i primi a ripetere la Via del Compressore senza usare neppure uno dei contestati quattrocento ancoraggi a pressione piazzati da Cesare Maestri nel ’70? Giunti in cima, loro schiodarono la salita in tutti i passaggi chiave. Proprio a quel blitz, deciso per “restituire dignità alla montagna”, si deve se la salita dei Ragni è stata riscoperta dagli alpinisti di tutto il mondo ed è diventata la grande classica del Grido di Pietra. Ebbene, anche Hayden Kennedy, un alpinista semplicemente prodigioso, non c’è più: si è tolto la vita lo scorso autunno il giorno dopo avere visto la sua fidanzata Inga Perkins morire travolta da una valanga nel Montana.

Lui aveva già perso alcuni grandi amici in montagna. E aveva scritto parole che oggi potremmo meditare, perché dicono qualcosa di importante anche a noi: «Ho realizzato che non sono fuggevoli soltanto i passaggi chiave e le cime memorabili. Lo sono anche i compagni di cordata. Questa è la dolorosa realtà della passione che riempie le nostre vite, e io sono in dubbio su che fare. Arrampicare è al tempo stesso un bel dono e una maledizione. Scalando, vedo sia il buio che la luce. In questa ricerca inizia il vero apprendimento e la piena coscienza della brevità del nostro tempo si fa sempre più chiara. È difficile accettare il fatto di non poter controllare ogni cosa».

I piani e la vita

Sì, è davvero difficile. Lo stiamo toccando con mano anche qui, ai piedi della Grigna, dove il pensiero di Giovanni Giarletta, di Ezio Artusi e dei loro cari sprofondati nei crepacci del dolore ci accompagna in ogni istante. Un film magnifico nelle sale in questi giorni, “La forma dell’acqua”, ci ha scolpito nella mente un’altra frase: «La vita è il naufragio dei nostri piani». D’inverno la forma nella quale l’acqua si presenta è anche la neve, proprio la neve che in montagna può spazzare all’improvviso un canale sconosciuto e nascosto. Quanto è difficile rimettersi in cammino, allora. Ma è la sola cosa che possiamo fare: rimetterci in cammino qualunque sia l’isola sulla quale il naufragio ci ha spiaggiati. Ci sentiamo soli, ma non lo siamo. E per fortuna, là davanti, un alpinista ha già ricominciato a battere la traccia anche per noi.


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