«Sorridiamo per loro  Ma siamo bardati,  non se ne accorgono»
Le ambulanze in sosta davanti al Pronto soccorso dell’ospedale Manzoni. Per i volontari sono giorni drammatici

«Sorridiamo per loro

Ma siamo bardati,

non se ne accorgono»

La testimonianzaAlessio Rosa ,volontario della Cri di Lecco. «La fatica fisica? C’è, ma a pesare sono le emozioni»

«Sorridiamo per incoraggiare la persona che abbiamo di fronte, ma così bardati nemmeno se ne accorge. Assistiamo ogni volta alle lacrime di tanti anziani cui dobbiamo portar via la moglie o il marito. E poi quella sensazione di impotenza terribile di tre settimane fa, quando hai un codice rosso e sai che non ci arriverai prima di due o tre ore. È tutto difficile, ma noi non molliamo».

Le parole di Alessio Rosa, 35 anni, volontario della sezione locale della Croce Rossa, bastano da sole a tratteggiare il momento di assoluta fatica che stanno vivendo tanti soccorritori lecchesi.

I sorrisi invisibili

«Non è tanto una fatica fisica – precisa però Alessio – È il piano emotivo e psicologico che ad essere invece molto più duro. Pensate anche solo a come cambia il rapporto tra soccorritore e paziente, con il fatto di avere addosso tutti i dispositivi di protezione. Isolati e bardati, non esce che l’immagine dei nostri occhi: anche per i pazienti è diverso, è più difficile. A volte sorridiamo da sotto la mascherina per rassicurarli, ma loro non possono vederci».

Senza contare poi la situazione in quanto tale. «Il momento in cui i parenti si rendono conto di veder allontanarsi il paziente senza poterlo seguire come avrebbero fatto normalmente, è durissimo - dice - Si legge sui loro volti una tristezza infinita. Cosa si dicono in quegli istanti? Ci vediamo presto, o ancora ti siamo vicini anche se non siamo con te. Poi, per carità, noi chiediamo sempre un numero di telefono da segnalare in ospedale affinché i parenti possano essere aggiornati sullo stato di salute del loro caro. Ma è diverso. Ho anche visto mogli e mariti anziani piangere al momento della separazione. A fine giornata, credetemi, tutto questo si sente».

In ambulanza, c’è poi un paziente che non sa né immagina nulla riguardo al suo immediato futuro.

«Durante il viaggio – prosegue Alessio - capita spesso che il paziente stia magari sulle sue, sia distante e preferisca isolarsi. Noi lo rispettiamo, come invece rassicuriamo chi ha bisogno di parlare, chi ci confessa di temere di star morendo, se davvero l’ambulanza è arrivata a casa a portarlo in ospedale. Li rassicuriamo, certo, anche se la verità è che nemmeno noi siamo certi di ciò che accadrà».

Un filo di luce

Un filo di luce però c’è in questi giorni. A cominciare dal fatto che il periodo peggiore è alle spalle, ed è stato quello delle settimane centrali di marzo. «Quando abbiamo capito che eravamo di fronte a un evento di questa portata? domanda - Credo molto presto, quando Areu ha iniziato a indicarci norme e comportamenti molto diversi dal solito. Lì, nonostante i casi fossero ancora fondamentalmente sporadici, ci siamo resi conto che la cosa sarebbe deflagrata».

Ed è esplosa, infatti. E non è un caso che la vulgata mediatica e non solo porti in dote terminologie e metafore belliche. «Cosa ne penso? Che è un raffronto che ci sta - afferma -. Capita di scambiare parole in merito con i colleghi o con la centrale del 118. L’impressione di chi ci vive in mezzo è proprio quella di essere in guerra. Il momento peggiore in assoluto? Nella settimana clou dell’emergenza, quando le ambulanze stavano ore ed ore ferme fuori dai pronto soccorso, ci siamo sentiti dire dalla centrale che non importava quanto fossimo rimasti fermi, se due o tre ore. Che su quel codice rosso avrebbero comunque mandato noi. Ecco, di fronte a quella situazione di emergenza assoluta che doveva attendere così a lungo, mi sono sentito inutile, come svuotato». Una contingenza che è per fortuna alle spalle: «Oggi la situazione non è quella di allora, lo confermo. Certo, un po’ di ritardo nelle uscite lo abbiamo in ogni caso, perché ci servono dieci minuti anche se sei fermo due o tre ore richiamami che mandiamo comunque te. Sentirsi dire una cosa del genere vuol dire davvero rendersi conto di essere inutile. Adesso per fortuna è una fase esaurita, chiaro, le tempistiche sono un po’ più lunghe. Normalmente in un minuto siamo fuori, adesso ne spendiamo una decina per vestirci».

Ci sono però anche momenti di calore umano. «Qualcosa intorno a noi soccorritori è cambiato – chiosa Alessio - Molte persone ci fermano per strada gente continua a ringraziarci. Nei giorni scorsi era il mio compleanno. Potete immaginare che non è stato il massimo, ma insieme ai molti auguri posso dire di aver ricevuto tanti grazie».


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