Remuzzi: «I bambini non si ammalano  E molto difficilmente sono contagiosi»
Il professor Giuseppe Remuzzi

Remuzzi: «I bambini non si ammalano

E molto difficilmente sono contagiosi»

Lo scienzato. «Le scuole potevano tranquillamente riaprire a giugno»

Le scuole secondo Giuseppe Remuzzi potevano anche riaprire a giugno. I più piccoli possono infettarsi, ma la malattia non crea gravi sintomi, per giunta secondo il medico e direttore dell’istituto Mario Negri i bambini non sembrano nemmeno essere contagiosi. C’è poi per l’esperto un principio etico ed educativo che impone alle società un ritorno in classe.

«I bambini piccoli fino ai 12 anni di solito non si ammalano – spiega il professore – raramente si infettano e se accade non hanno quasi mai sintomi visibili. La possibilità che siano realmente contagiosi è dubbia. Si può comunque dire che è molto difficile che contagino altre persone, i familiari per esempio. Questo è quanto emerge dalle statistiche e dagli studi scientifici sul Covid. Nei bambini c’è stato solo qualche caso sporadico, legato in particolare a minori con dei sistemi immunitari particolari e deboli. La grande maggioranza non è stata toccata». L’Istituto Pasteur, limitatamente ad un campione di alunni delle elementari preso in esame, ha dimostrato che i piccoli pur infettandosi e non avendo sintomi importanti non trasmettono contagio. Asili e materne a settembre si apprestano a rientrare a ranghi normali, sempre se l’andamento epidemiologico non dovesse cambiare. Resta il consiglio di giocare a gruppi, curare l’igiene e stare il più possibile all’aperto. Ma oltre i 12 anni, alle superiori, invece cosa può accadere? «Diciamo che dai 14 anni i soggetti si infettano come gli adulti – dice ancora Remuzzi – probabilmente gli adolescenti trasmettono l’infezione, ma quasi mai si sono registrati casi gravi. Quindi alle superiori userei una prudenza maggiore, che non significa non tornare a scuola, ma vuol dire farlo garantendo il distanziamento, con addosso la mascherina negli spazi comuni e lavandosi con frequenza le mani». Alle superiori altre nazioni tornando a scuola hanno vietato gli sport di contatto. La prestigiosa rivista Science ha cercato di studiare il contagio nei Paesi che hanno deciso di riaprire in fretta le scuole. Tra misure preventive, tamponi, mascherine, turni.

I risultati non sono netti, ma il quadro è confortante. Anche i casi di malattie gravi tra gli insegnanti sono pochi. È certo che non è andata bene in Svezia, dove le scelte inizialmente sono state eccessivamente libertine. Per gli epidemiologi della scuola londinese di igiene e malattie tropicali comunque è improbabile che la scuola rappresenti un rischio per le comunità.

«Il rischio poi è relativo – ragiona Remuzzi – tutti noi ogni giorno corriamo dei rischi potenziali. Anche andando in auto e in bici, usando il gas della cucina. E sono rischi che scegliamo, nonostante tutto di correre. Perché altrimenti vivremmo male, non riusciremmo a stare bene al mondo e a fare ciò che vogliamo. Sotto ai 14 anni il virus ha rappresentato numeri alla mano un rischio molto basso, negli Usa il Covid ha provocato 28 morti tra i bambini. Quando gli incidenti domestici e automobilistici, sommati a suicidi e omicidi, nello stesso periodo sempre in America per i minori hanno contato 9.622 decessi. Un altro argomento fondamentale a sostegno del ritorno a scuola lo fornisce il New England journal medicine. Noi grandi abbiamo avuto un ritorno al lavoro sicuro e affidabile, con l’estate abbiamo riaperto anche i servizi non essenziali. Costringere i minori alla quarantena è inaccettabile, è un principio che non si può scusare». Lontano dalla scuola i bambini secondo i pediatri rischiano di andare incontro a problemi nutrizionali, di depressione, isolamento, stress, con un’occasione formativa persa per un lungo periodo che rimarrà come una cicatrice. Il mondo degli adulti ha fatto di tutto per uscire in fretta dall’incubo Covid, ma non si è impegnato con i più piccoli.
Sergio Baccilieri


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