Mario Invernizzi, il sopravvissuto
«Ho perso un padre nella tragedia»

La drammatica testimonianza del pilota e imprenditore scampato alla tragedia di Venezia, che racconta gli attimi prima dello schianto contro la diga

All’ultimo saluto a Luca Nicolini ha voluto essere presente anche Mario Invernizzi, l’imprenditore e pilota lecchese, unico superstite del tragico schianto del 17 settembre a Venezia.

«Nicolini – ha raccontato Invernizzi, 57 anni già campione del Mondo e d’Europa di offshore – era un amico, un pilota, un professionista e un meccanico, ma soprattutto era sicuramente una persona con un cuore più grande di lui. Luca lo conoscevo da una vita, ha corso con delle mie barche e per l’ingegner Buzzi era un aiuto. So che era emozionato quando gli è stato chiesto di partecipare».

Il ricordo

Nel giorno dei funerali, celebrati in forma strettamente privata, dell’ingegner Fabio Buzzi e dell’ultimo saluto a Luca Nicolini, Mario Invernizzi, visibilmente commosso, ha ricordato le ore che hanno preceduto la tragedia: «I morti sono tre virgola tre, perché è morta anche una parte di me. Con l’ingegner Buzzi ci davamo del lei da 25 anni, io lo chiamavo Ingegnero e lui mi chiamava Invernizzo, con la “o” finale. Al check point di metà gara mi disse: Invernizzo ci porti a Venezia e poi le ultime 20-30 miglia le faccio io. Al momento della tragedia io ero girato e non ho visto. Avevo le cuffie però, e nessuno ha urlato, quindi penso che non si siano accorti di nulla. Il grigio del visore notturno era uguale alla pietra della diga della “Lunata”, pensavano di entrare nel porto e invece si è trovato questo ostacolo freddo, grigio, non tanto alto. Ho subito capito: non c’era movimento in acqua, né sentivo grida di aiuto. A me è andata veramente bene, sono un po’ acciaccato, una costola rotta, cose che mediamente in una quindicina di giorni dovrebbero passare. Non era la mia ora. Ho perso un padre in questo incidente».

L’ultima impresa

Un progetto, quello del record sulla Montecarlo-Venezia, a cui Buzzi lavorava da tempo: «Almeno da tre mesi, – racconta ancora Invernizzi - infatti era da giungo che mi diceva di tenermi pronto. Mi ripeteva: “stia pronto anche il giorno di ferragosto, partiamo con la prima finestra che c’è”. La domenica mattina mi ha chiamato dicendomi che c’era la finestra e e che si partiva alle 3 di notte di martedì. Aveva predisposto una barca stupenda, un mezzo incredibile con cui comunque è stato fatta una cosa fantascientifica, sarà impossibile battere questo record». Invernizzi oggi non pensa a un ritorno da pilota, ma un progetto, nel ricordo dell’ingegner Buzzi, in futuro potrebbe esserci: «Ora non penso a tornare in barca. Potrebbe esserci solo una possibilità. Quando eravamo ad Ancona Buzzi mi disse: “Invernizzo come va?”; “Ingengero, che barca che è. Questa barca è perfetta, è pronta per fare la Londra-Montecarlo”». Una gara di cui Buzzi aveva fatto il record, poi battuto da degli inglesi: «Era un primato – sottolinea Invernizzi - che andava riportato a casa. Ricordo che mi rispose: “Invernizzo non perda la concentrazione, che le ultime miglia sono sempre le più fatali” e dopo pochi istanti aggiunse: “Io ormai sono della quarta età, perché ho superato i 75 anni. Io non devo più fare record, si arrangerà lei perché per me questo è l’ultimo”». Una suggestione che resta aperta per il futuro: «Non so se lo farò mai. Magari se ci fossero tutto le condizioni. Quella barca è spaziale, potrebbe avere significato fare la Londra-Montecarlo solo con quell’imbarcazione». 
S. Sca.

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