«Mancano i medici? Le coop la risposta»

Il caso Il direttore Favini ammette: «Abbiamo 14 anestesisti in meno». Incognita anche per le Case di Comunità. La soluzione di Magri: più organizzazione sul territorio e strumenti tecnologici per gestire la cronicità da casa

«Mancano i medici? Le coop la risposta»
Da anni viene denunciata la carenza di personale nelle grandi strutture sanitarie

C’è un dato di fatto: mancano medici, infermieri e personale del comparto Sanità. Non lo dicono i sindacati. Lo ha detto il direttore generale di Asst Lecco Paolo Favini nel corso del recente convegno di Federfarma. Ed è stato chiaro.

Senza giri di parole ha ammesso: «Ci mancano almeno 14 anestesisti. Così non possiamo fare tutte le sale operatorie che vorremmo. Le liste d’attesa? Sono un problema. Abbiamo bandito un concorso per un nuovo primario per la Terapia Intensiva che speriamo si porti dietro qualcuno, come anestesista. Abbiamo la fortuna di avere un ospedale di eccellenza con tutte le sue super-specialità ma proprio per questo rispondiamo a bisogni molto più ampi rispetto a quelli del nostro territorio. Costruiremo quattro ospedali di Comunità e li riempiremo proprio per dare risposte a questi bisogno. Come pure le Case della Comunità: le riempiremo».

Come? Non si sa. Certo, il personale non è riluttante a venire a Lecco, ma sembra proprio non esserci.

Su questo punto, però, ovvero su come riempire le Case di Comunità e gli Ospedali di Comunità, il responsabile della Cooperativa di medici di medicina generale Marco Magri ha cercato di abbozzare una prima risposta: «La medicina generale territoriale ha bisogno di più organizzazione e le cooperative dei medici sono la risposta. E poi, lo dico all’assessore Moratti, servirebbe una struttura innovativa digitale. È importante che la medicina generale si relazioni di più con infermieri, farmacisti, dottori ma anche enti locali. Perché solo con le relazioni si possono mettere insieme delle specialità. Faccio una semplice valutazione: perché non sfruttare le capacità delle cooperative per le zone carenti, soprattutto dove un medico non può andare tutte le settimane, magari sfruttando anche le televisite? Magari in montagna? O perché non istituire un numero verde con le cooperative per riuscire a sfruttare la rete dei nostri medici? Perché non recuperare i pensionati ancora capaci e validi?».

Proposte già sul tavolo dell’assessore al Welfare Letizia Moratti.

Ma anche il primario di Oncologia del Manzoni, Antonio Ardizzoia, ha spiegato come il coinvolgimento dei medici di famiglia potrebbe sveltire liste d’attesa e abbassare le richieste improprie in ospedale: «Abbiamo farmaci che possono essere gestiti in ospedale, ma altri che si possono gestire anche a casa. E questo impone un’esigenza organizzativa. Abbiamo assistito a un aumento di carico del nostro lavoro perché il malato di cancro spesso diventa cronico. Ed è molto anziano, quindi comorbido. Ha una serie di necessità che cresce di anno in anno. E dotare di strumenti tecnologici i nostri pazienti come palmari e telefonini, e farli imparare a usarli grazie al Dipartimento delle Fragilità e le cure palliative, farebbe nascere un nuovo rapporto tra l’oncologo e chi gestisce il sintomo, ovvero il medico di base».

Ardizzoia spiega meglio: «Farsi fare il controllo dal proprio medico di base per gli anziani e i malati in genere vuol dire non sentirsi più malato da ospedale, un malato acuto. Per il tumore alla mammella e al colon stiamo parlando di 2mila persone all’anno in provincia di Lecco: gente che vuole sentirsi in grado di vivere normalmente. Il paziente fragile, che ha bisogno di cure specialistiche, può essere curato anche non in ospedale. Vuol dire curarlo a domicilio. Non tutti possono essere gestiti così, ma un quarto della popolazione oncologica viene già assistita in questo modo. E dobbiamo riuscire a mantenere questi pazienti in cura con la medesima sicurezza, professionalità, di chi viene in ospedale».

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