L’imam e i giovani violenti  «Problema anche per noi»

L’imam e i giovani violenti

«Problema anche per noi»

«Non è un caso che siano stranieri di seconda generazione

Fanno i bulli perché non vedono altre strade, non sanno come affermarsi»

Emarginazione sociale e voglia di affermarsi con atteggiamenti da bulli perché non si vedono alternative, oppure perché non si hanno differenti strumenti. L’imam del centro islamico di Chiuso, Usama El Santawy, 40 anni, inquadra in questi termini la situazione dei giovani che risultano essere sempre più spesso protagonisti di episodi di violenza.

«A mio avviso - spiega - non si tratta di rabbia, ma piuttosto di poca cognizione della strada che devono intraprendere. Quella più facile è quella di essere dei bulletti. Non riescono vedere altri mezzi per affermarsi. Sono ragazzi senza strumenti per leggere la vita in un modo diverso».

«Direzione pericolosa»

Secondo la Prefettura la maggioranza dei ragazzi che nelle ultime settimane si sono resi responsabili di fenomeni di violenza è straniero, spesso si tratta di giovani di seconda o terza generazione: «Non è una casualità, ma è una direzione verso cui si sta andando. È un tema di lontananza rispetto a una società in cui fanno fatica a riconoscersi. Questi dati sono sicuramente un campanello di allarme. Questi giovani non vanno emarginati. Spesso non si riconoscono nel posto dove stanno crescendo. C’è quindi voglia di rivalsa verso la società. Se sono nato in certe condizioni, se non vedo un futuro migliore davanti a me, scatta questa reazione quasi per dimostrare forza e affermarsi attraverso questi atteggiamenti. Vedo che ho le porte chiuse, potrei dover fare dei lavori pesanti e in cui si guadagna poco e allora cerco di farmi strada nella strada stessa, con un atteggiamento aggressivo. Oppure cerco di divertirmi ma nel modo sbagliato, perché altri modi non sono in grado di trovarli».

«Dialogo complicato»

Pare essere difficile avere un dialogo con questi ragazzi: «Avere le famiglie che vengono nel nostro centro, ascoltano e partecipano è un conto. Ma fuori dall’ambito della moschea è possibile che i genitori non sappiano cosa fanno i figli. C’è sicuramente molto da lavorare su questo. I figli spesso vengono seguiti un po’ di meno. Anche perché le famiglie possono «non avere tempo e mezzi necessari per capire in quale realtà vivano i loro figli. Si rischia di attendere la chiamata della scuola o di qualche autorità che ci dice che c’è un problema. Bisogna essere molto più presenti, lo dico da padre che spera di riuscire a farlo. Sostenere le famiglie è quindi fondamentali, per aiutarle a captare segnali dall’allarme. Comune e istituzioni dovrebbero capire quali sono i reali bisogni e supportarle».

Anche per la comunità musulmana, così come per gli oratori, è difficile è trovare un gancio per avvicinare questi ragazzi: «Bisogna portare avanti questo lavoro ponendosi a metà strada fra l’essere figure di riferimento e parlare il loro linguaggio, quanto meno capirlo e comprendere il loro disagio. Questa situazione è una conseguenza di un vuoto che questi giovani vivono. Ci deve poi essere la volontà delle singole persone di voler uscire da una determinata situazione. Devono comprendere che sono comportamenti che poi danneggeranno loro stessi e che potrebbero influire e influenzare la loro vita».

Atteggiamenti che a volte vengono vissuti come espressione di forza: «Si tratta di un disagio - conclude - che magari da questi ragazzi non è vissuto come tale, ma come un punto di forza, come un modo di marchiare il territorio. Dobbiamo essere persone che si calano in questa realtà, parlare con questi giovani. Non basta un bando, un progetto o un budget dedicato. Comuni, Prefettura, associazioni come la nostra e la Casa sul Pozzo devono essere presenti, bisogna mettere in campo uno sforzo per andare incontro a questi giovani. Far loro capire che ci sono strade diverse».


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