«Liberi dalle tasse due giorni prima?

Un beneficio minimo»

Tax freedom Lavoreremo per il fisco fino al 19 giugno

I commercialisti: «Pesano i vincoli sul bilancio pubblico»

«Liberi dalle tasse due giorni prima? Un beneficio minimo»
L’elevata pressione fiscali è uno dei freni alla competitività italiana

Sapere che nel 2016 si finirà di pagare le tasse due giorni prima rispetto al 2015 «segnala un vantaggio relativo così minimo da non far certo prevedere ricadute economiche concrete sui consumi. Tutt’al più – afferma Paolo Ripamonti, segretario dell’ordine provinciale dei commercialisti – può contare l’aspetto psicologico secondo cui passa una certa idea che si stia andando verso una normalizzazione, una situazione meno insicura. E un meccanismo psicologico può dare effetti sui consumi».

Il riferimento è all’indagine annuale realizzata dalla Cgia di Mestre per il Corriere della Sera. La data in cui si è liberi dalle tasse resta comunque fissata al 19 giugno, anziché al 21 del 2015, quindi per i lavoratori dipendenti (operai e impiegati) quasi metà anno se ne andrà lavorando per alimentare le casse pubbliche.

Scaduta la mezzanotte del 19 giugno dunque si inizierà a lavorare per sé, con una pressione fiscale al 46,7% contro il 47,4% del 2015. Un alleggerimento lieve che si spiega, secondo l’indagine, nell’abolizione della Tasi e da una “finanziaria indolore”.

Per gli operai con un reddito poco sotto ai 25mila euro la fine delle tasse nel 2016 arriverà l’11 maggio, solo 24 ore prima del 2015, dopo aver lavorato 131 giorni per pagarle.

Tuttavia Irpef, contributi, imposte locali e tasse sui consumi ingombrano ben 224 minuti delle otto ore giornaliere di lavoro, mentre solo 256 (252 nel 2015) sono dedicati al budget personale.

Si tratta di calcoli puramente statistici effettuati dal 1990 ogni anno per calcolare il “Tax freedom day” eseguendo una ripartizione fra giorni di lavoro e carico fiscale.

Sempre che, sottolinea l’indagine, non entrino in gioco certe variabili, dall’inflazione ai tributi locali, a cambiare le carte in tavola bruciando le 48 ore di vantaggio.

«A ben guardare – afferma Ripamonti – in realtà i vincoli di bilancio pubblico sono molto stringenti e determinate iniziative di leggera riduzione fiscale mostrano segnali utili anche a catturare un po’ di consenso pubblico utilizzando messaggi politici che l’opinione pubblica intercetta più facilmente. Tuttavia – aggiunge Ripamonti – se oltre ai lavoratori dipendenti andiamo a guardare alla schiera di nuove partite Iva che più che vere e proprie imprese e attività professionali strutturate rappresentano il nuovo precariato vediamo che i contributi continuano ad aumentare. Per loro – conclude – qualcosa è stato fatto, rendendo più rigido ad esempio l’utilizzo di collaboratori esterni, ma il peso contributivo di chi non ha una cassa autonoma continua ad aumentare».

Per Ripamonti le vere riduzioni passano «dai tagli di spesa che non sono stati fatti a livello centrale e anche locale. Sulle entrate – aggiunge – non si può spingere oltre, la Comunità europea ci guarda. Sulle uscite certo sono stati fatti diversi tagli lineari, ma mai una loro vera rimodulazione».

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