Lecco. «Ridurre gli orari?
Le imprese non sono pronte»

Lavoro: all’estero si sperimenta la settimana cortissima, Api Lecco e Sondrio: «La produttività è troppo bassa» - Dell’Era: «Prima serve la diffusione di Industria 4.0»

«Le nuove tecnologie aumentano la produttività, quindi anche fra le nostre fabbriche sono maturi i tempi per avviare la settimana di lavoro su quattro giorni a parità di stipendio, secondo una battaglia che la Uil conduce da tempo in funzione di una redistribuzione complessiva del lavoro e della ricchezza», afferma il segretario generale della Uil del Lario, Salvatore Monteduro.

Non la vedono così le imprese: «È un modello teorico che in un Paese a bassa produttività come il nostro oggi non può affermarsi», afferma Mario Gagliardi, responsabile delle relazioni industriali e sindacali di Api Lecco e Sondrio, in un sentiment che, come ci riferisce il presidente dell’Ordine dei consulenti del Lavoro di Lecco, Matteo Dell’Era, è comune nel manifatturiero locale.

In Europa il primo Paese a sperimentare la settimana cortissima con due progetti fra il 2015 e il 2019 è stata l’Islanda. Partita sull’1% (2500 persone) della popolazione attiva in diversi settori pubblici, la sperimentazione a conti fatti ha mostrato che lavorare 4 giorni, per 35-36 ore e senza tagliare lo stipendio ha fatto crescere o ha lasciato invariata la produttività, con ottimi risultati anche sul piano della soddisfazione dei lavoratori e, in definitiva, sulla redditività.

A sperimentare orari ridotti con formule diverse ci sono anche Scozia, Nuova Zelanda, Svezia, Finlandia, Giappone, Spagna e, nei giorni scorsi, il Belgio che però non ha ridotto le ore settimanali ma le ha compresse su quattro giorni. Si tratta però di tessuti economici diversi da quello dell’Italia, Paese a bassa produttività e nel quale, secondo l’Ocse, si lavora molto più del resto d’Europa. A fare peggio dell’Italia sono solo a Grecia ed Estonia. Nel nostro Paese l’idea della riduzione dei giorni e delle ore di lavoro non decolla e sul tema la politica nazionale resta tiepida, con la sola eccezione del M5S, mentre le rappresentanze datoriali e sindacali sono divise.

«Esigenze e aspettative dei lavoratori sono spesso cambiate con la pandemia e con il lavoro da remoto. Ma il cambio di rotta è complesso per le economie di scala che reggono le nostre imprese, né tantomeno è praticabile sul breve periodo».

Lo afferma Dell’Era, che dall’Osservatorio dei consulenti del lavoro spiega che la logica della settimana cortissima «è adatta solo alle aziende che hanno produzioni di alta qualità, alto know how e innovazione su cui le marginalità sono più ampie. Nei settori, diffusi a Lecco, dove si deve produrre per avere una redditività che sostiene impresa, lavoratori e ricapitalizzazione delle imprese la logica della settimana cortissima non riesce ad entrare. E seppure sia vero che sul nostro territorio le aziende fanno molta ricerca – conclude Dell’Era – è altrettanto vero che la produzione è fatta su economie di scala». Circa il volano sui consumi che deriverebbe dal maggior tempo libero dei lavoratori è un fattore «che esiste allo stato potenziale, in quanto lo stipendio sarebbe lo stesso e alla fine comunque si devono fare i conti con quanto resta dopo il cuneo fiscale e le spese fisse. Ma di certo le nuove tecnologie delle fabbriche 4.0 faranno venir in parte meno l’apporto umano al lavoro e in tali casi la settimana cortissima è possibile».

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