Lecco. Nei negozi    incassi in leggero calo
Rispetto a gennaio, a marzo si è registrata una leggera flessione degli incassi nel settore commerciale

Lecco. Nei negozi

incassi in leggero calo

A marzo registrata una flessione rispetto ai dati di gennaio, soffrono soprattutto gli alimentari, Alberto Riva (Confcommercio): «Il problema di fondo è la capacità di spesa delle famiglie che non cresce»

«La nuova flessione degli affari nel commercio – afferma il direttore di Confcommercio Lecco Alberto Riva – conferma ciò che diciamo da tempo e cioè che al di là degli indicatori macro economici che danno segnali di ripresa in atto noi, dal nostro osservatorio, diciamo che qualche segno positivo si muove anche a Lecco ma che siamo lontani da una ripresa vera, strutturale».

Dai commercianti di Confcommercio e Confesercenti di Lecco arriva qualche valutazione sugli ultimi dati diffusi in questi giorni dall’Istat, secondo cui il mese di marzo, già segnalato in questi giorni in flessione per l’industria, per il commercio al dettaglio torna a segnare, dopo mesi di segno positivo, una nuova flessione pari allo 0,8% sui volumi e allo 0,6% in valore venduto rispetto al precedente mese di gennaio. Dati migliori, invece, su base annua: in marzo 2016 rispetto allo stesso mese del 2015 le vendite crescono sia in volume (+1,9%) sia in valore (2,2%), soprattutto per gli alimentari (+3,7% in valore e +4,2% in volume).

Il nuovo rallentamento preoccupa ma, secondo i commercianti lecchesi che guardano ai dati di più lungo periodo, non è necessariamente premessa di un inasprimento della crisi.

«È innegabile – afferma Riva – che ci siano ancora difficoltà, anche se non accentuate come negli anni scorsi. I negozi di alimentari fanno fatica, mentre i settori più legati alle stagioni, come l’abbigliamento e le calzature, rivelano al loro interno situazioni molto diverse fra i vari negozi. Il problema di fondo sta nella capacità di spesa delle persone, ed è evidente che per incrementarla serva diminuire le tasse a imprese e famiglie in modo da elevarne il reddito. Non si può – aggiunge Riva – non tenerne conto in una situazione del Paese in cui il Pil nazionale deriva all’80% dai consumi interni».

In proposito in contemporanea coi dati di flessione del commercio e dell’industria arriva l’allarme dell’Istat sugli stipendi degli italiani, giudicati dall’Istat mai così bassi dal 1982 nelle retribuzioni contrattuali orarie. Su base annua nel primo quadrimestre 2016 la crescita segna solo un +0,6%, mentre il precedente minimo storico era stato fissato in gennaio 2016 al +0,7%. Sempre su base annua, a crescere sono stati solo gli stipendi privati (+0,8%), mentre il pubblico è rimasto fermo per il blocco della contrattazione.

Nel privato l’industria registra un +0,7% contro il +0,8% dei servizi. Il risultato migliore negli stipendi dell’industria arriva dal settore tessile e abbigliamento (+3,4%), dall’energia (1,9%). Nessuna crescita per il comparto dei metalmeccanici, che hanno in corso un difficile rinnovo del contratto nazionale di lavoro. Ciò mentre il 64% del totale dei lavoratori dipendenti italiani dei vari settori è in attesa di rinnovo, di cui oltre la metà (53,6%) è del settore privato.


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