Lecco. Lo smart working

Finita l’emergenza va inquadrato

Nel 90% dei casi l’utilizzo è legato al virus, in questa fase le ditte stanno ripensando lo strumento per adeguarlo alle necessità e per coglierne i vantaggi

Lecco. Lo smart working Finita l’emergenza va inquadrato
Oggi lo smart working viene applicato con una normativa semplificata: basta la comunicazione al ministero

Con la pandemia, il lavoro “agile” è diventato un’esigenza abbracciata dalla stragrande maggioranza delle imprese che ne hanno avuto la possibilità.

Dopo un anno e mezzo, però, sono emersi vantaggi ma anche criticità che richiedono un approfondimento sia per quanto riguarda il privato che il pubblico.

Nei giorni scorsi, il ministro per la Semplificazione e la Pubblica amministrazione Renato Brunetta è tornato sul tema, annunciando al Corriere della sera che lo smart working non scomparirà dalla Pa ma che resterà in una quota massima del 15%, convinto però che il ritorno in presenza sia fondamentale per intercettare al massimo la ripresa, spinta anche dal Superbonus 110%.

Nel privato, invece, la situazione è «estremamente variegata», come spiega Matteo Dell’Era, presidente dell’Ordine dei consulenti del lavoro della provincia di Lecco. Fino al 2017, quando questa modalità operativa è stata normata con il decreto 81, il lavoro agile era basato solo sull’esperienza di alcune grosse società, avviata sulla base di accordi collettivi interni.

«Con la pandemia si è identificato questo strumento per permettere ai lavoratori di operare da casa a limitare gli spostamenti, semplificandolo nelle fasi di accordo tra soggetti perché potesse essere applicato durante l’emergenza. Ad oggi, il 90% dell’utilizzo dello smart working è legato a motivi emergenziali».

La scadenza della modalità semplificata (che prevede la sola comunicazione al ministero) va di pari passo con la fine dello stato di emergenza, indicato al momento nel prossimo 31 dicembre. «Nel Lecchese ne abbiamo avuto un larghissimo utilizzo nella primavera dell’anno scorso; quindi, in funzione dell’introduzione dei protocolli di sicurezza nelle aziende e dell’evolversi della pandemia, si è ridimensionato molto. Ovviamente dipende anche dai settori: un territorio come il nostro, caratterizzato dalla manifattura, non potrà per evidenti ragioni registrare uno sviluppo considerevole di questa modalità operativa, che invece avrà terreno più fertile nelle società commerciali, di servizio, nelle professioni e tra i bancari».

Naturalmente, anche lo smart working ha lati positivi e altri negativi, indicati nero su bianco da un’analisi della Fondazione Studi dei Consulenti del lavoro nazionale. «Tra i benefici annoveriamo la diminuzione del traffico sulle strade, la diminuzione dei costi di trasferimento per lavoratore e azienda, i minori tempi persi durante gli spostamenti. D’altro canto ci sono anche svantaggi, come quelli legati a elementi di sicurezza e salute per la mancanza di postazioni di lavoro adeguate; nelle abitazioni molti non dispongono di spazi dedicati e la coesistenza con gli altri componenti della famiglia, specialmente i bambini, si è rivelata spesso complessa. Non dimentichiamo poi il fenomeno del burn out, che porta gli smart worker a sentirsi esclusi da attività e obiettivi dell’azienda».

Insomma, dei limiti si sono palesati ed era inevitabile, considerato il fatto che lo smart working ha costituito una misura salvagente cui ci si è aggrappati nel pieno dell’emergenza sanitaria. Ma la possibilità di predisporre tutti gli aspetti con attenzione potrà farne uno strumento importante, soprattutto in determinate situazioni.

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