Lecco. «In caso di contagio  non si può incolpare l’imprenditore»
Lorenzo Riva, presidente Confindustria Lecco e Sondrio

Lecco. «In caso di contagio

non si può incolpare l’imprenditore»

Confindustria

e Confartigianato chiedono

venga tolta la responsabilità

delle imprese

La decisione di inserire il contagio da Covid nella categoria “infortunio sul lavoro” sta continuando a suscitare sconcerto e preoccupazione tra gli imprenditori, che già vivono una crisi senza precedenti e che temono ora di subire conseguenze pesanti per situazioni potenzialmente distanti dal loro impegno per la sicurezza dei lavoratori, ma magari anche dal luogo di lavoro.

Perché definire il posto esatto in cui è avvenuto il contagio è molto complicato e non c’è notizia di azienda che non abbia adottato tutti gli accorgimenti del caso, dai Dpi al distanziamento sociale.

«È inconcepibile scaricare sul datore di lavoro responsabilità in relazione a casi di contagio riguardanti i lavoratori – ha dichiarato il presidente di Confindustria Lecco e Sondrio, Lorenzo Riva -. Ogni tipo di accusa in questo senso è insussistente, oltre che irragionevole e ingiusta, senza che possa essere provato in modo inequivocabile il nesso di causalità fra contagio e luogo di lavoro».

Sulla stessa linea anche Daniele Riva, alla guida di Confartigianato. «Il rischio potrebbe coinvolgere tutti. Non solo i rari negligenti, ma anche tutti coloro che abbiano messo in atto le misure di sicurezza e tutela della salute necessarie. Chiediamo che siano previste nel prossimo Decreto Rilancio garanzie certe a tutela degli imprenditori che sono i regola. Moltissime imprese, già stremate dalle pesanti conseguenze economiche della pandemia, rischiano altrimenti di non sopravvivere agli ulteriori costi che potrebbero derivare da eventuali sanzioni correlate anche a questa possibilità».

Sul tema, i sindacati hanno posizioni diverse. «La questione è nata a marzo, quando alcune aziende non avevano ancora adottato tutti gli accorgimenti necessari, magari perché non si trovavano i Dpi, ma si doveva comunque lavorare – ha affermato Diego Riva (Cgil) -. In ogni caso, si configura automaticamente come infortunio quando si parla di personale sanitario e di soggetti a contatto col pubblico. Per il resto è tutto da dimostrare. In questo perimetro non ci sono costi aggiuntivi per l’azienda: se questa ha preso tutte le precauzioni del caso è difficile dimostrare la sussistenza dell’infortunio».

«Per noi è corretto considerare il contagio in azienda come infortunio – è intervenuta Rita Pavan (Cisl) -, perché anche se le imprese ci mettono la massima attenzione, resta un ambiente a rischio. Specie in quelle realtà in cui il monitoraggio non si riesce ancora a effettuare. Questo comunque non esclude la possibilità che la malattia sia contratta fuori dal luogo di lavoro».

Per Salvatore Monteduro (Uil), però, «se gli imprenditori hanno fatto le cose per bene non hanno nulla di cui preoccuparsi. Il rispetto dei protocolli mette al riparo da ogni rivalsa di lavoratore o Inail. Anche perché l’onere della prova che in ambito sanitario spetta al datore di lavoro, in tutti gli altri è a carico del lavoratore».

Infine è arrivato comunque anche un chiarimento dell’Inail, che ieri con una nota ha spiegato che «il datore di lavoro risponde penalmente e civilmente delle infezioni di origine professionale solo se viene accertata la sua responsabilità per dolo o per colpa».


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