Lecco. Imprese fragili  Solo il 40% supera il quinto anno
Fondamentale per gli artigiani avere un nucleo famigliare di supporto

Lecco. Imprese fragili

Solo il 40% supera il quinto anno

Brambilla (Cna): «Le aziende che reggono hanno un nucleo forte e non temono l’innovazione. Ma troppi sopravvalutano la propria imprenditorialità»

Con poco più di quattro imprese su dieci ancora in vita nel 2017, a cinque anni dalla fondazione, la percentuale di resistenza rispetto al passato è sempre più bassa, come dimostra una nuova analisi del centro studi della Cna.

È una tendenza in atto non da ieri, e visto che si tratta di uno studio che passa in rassegna l’ultimo decennio con aggiornamento a due anni fa, stavolta il Covid non c’entra.

Non è dunque un dato dell’emergenza, ma un processo di erosione della capacità di resistere che sembra non volersi fermare, in una situazione nazionale e lombarda che, ci spiegano in Cna, senza dubbio si riflette anche fra le aziende lariane.

«Decidere di iniziare a fare l’imprenditore oggi supera il rischio classico d’impresa, comporta una vera opera di resistenza, da Nord a Sud del Paese, come mostra l’indagine del nostro centro studi, anche se storicamente fin dal 2008 la percentuale di resistenza era comunque più bassa al Sud», afferma Ivano Brambilla, segretario generale della Cna del Lario e della Brianza.

Lo studio non riferisce differenze di risultato fra i diversi settori di produzione, ma in associazione il confronto fra imprenditori testimonia che, come annota Brambilla, «a durare nel comparto artigiano sono quelle imprese che, a suo tempo, si sono costituite nella forma di imprese artigiane forti, con un nucleo famigliare di supporto. E a reggere sono quelle che sono state anche in grado di innovare i cicli di produzione».

A sparire, fra le piccole dell’artigianato, è chi resta fermo a un unico grande cliente, che a fronte di una capacità contrattuale molto bassa da parte dell’impresa individuale impone prezzi e condizioni.

«È spesso il caso – chiosa Brambilla – che si verifica nel mondo dell’edilizia, che da anni vive con grande difficoltà una difficile resistenza. Il più delle volte il mercato ha reso necessaria la creazione di micro imprese artigiane composte nella gran parte dei casi dal solo titolare per poter affrontare il mercato con riduzione dei costi. Ma ciò ha creato un problema, quello della difficoltà a diversificare le possibilità di lavoro. Sono situazioni in cui ci si lega a una grande impresa che utilizza tanti piccoli subappalti, come si vede in tanti cantieri in cui opera una gran quantità di lavoratori autonomi, soggetti molto più a rischio chiusura che si rendono presto conto di non poter comunque reggere i costi».

Ma nell’impossibilità di resistere c’è anche altro; cioè la capacità di arrivare a fare impresa attraversando un processo di verifica sulle proprie capacità imprenditoriali.

Invece spesso in Italia, annota Brambilla, «nascono imprenditori che si definiscono tali in quanto portano a termine la procedura amministrativa di iscrizione», facendo solo dopo i conti con le difficoltà personali e con il mercato. E a quel punto, aggiunge, «si verifica che spesso la capacità imprenditoriale non esiste. Una parte di responsabilità, oltre a quella dei singoli, sta nel fatto che siamo da sempre privi di un sistema di formazione che consenta di preparare gli aspiranti micro imprenditori al rischio d’impresa, al netto di quanto si può imparare nel caso l’attività abbia alle spalle un’esperienza famigliare».


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