Lecco. Gli artigiani in crisi  Tre su quattro ancora chiusi
Anche per il settore dell’artigianato la crisi legata al coronavirus sta provocando danni devastanti

Lecco. Gli artigiani in crisi

Tre su quattro ancora chiusi

Riva: «A marzo il fatturato è calato del 57%. E per aprile la diminuzione dei ricavi è stimata nel 66%»

I tre quarti delle imprese artigiane lecchesi sono chiusi e solo una su cinque riesce, con canali alternativi di vendita, a operare ancora sul mercato.

È una fotografia impietosa quella che emerge dall’analisi svolta dall’Osservatorio Mpi di Confartigianato Lombardia sugli effetti del coronavirus, specialmente per quanto riguarda il territorio lecchese. Dall’indagine effettuata sul periodo compreso tra il 7 e il 14 aprile, infatti, con interviste a 3.700 micro e piccole imprese fino a 50 addetti e alle imprese artigiane della regione, si nota infatti come la provincia di Lecco sia suo malgrado nel cuore dell’emergenza sanitaria.

I dati sono chiari: il 72,7% delle 308 aziende lecchesi coinvolte nell’analisi è fermo (contro il 75,1% di media regionale): il 54,5% ha chiuso dopo l’introduzione del relativo Dpcm, mentre il 18,2% aveva scelto volontariamente di sospendere l’attività.

La quasi totalità del campione ha subito un forte rallentamento della produzione rispetto al livello standard (86,9%) e ha riscontrato difficoltà nel reperire i dispositivi necessari a lavorare in sicurezza (89,3%). Solo una su quattro è riuscita a riorganizzarsi per attivare lo smart working almeno per una parte della propria attività.

Il presidente di Confartigianato Lecco Daniele Riva alla luce di questa indagine rimarca come sia evidente «un’ampia diffusione di pesanti segnali recessivi. A marzo si rileva un calo del fatturato del 57% (a fronte del 63% regionale). Per il mese di aprile, in cui si estende il lockdown avviato a marzo, le imprese lecchesi stimano un calo dei ricavi del 66%, poco sotto il 72% di media lombarda. Il calo del fatturato delle Mpi lombarde nel bimestre marzo-aprile equivale quindi ad una riduzione dell’11% del fatturato dell’intero anno. In valore assoluto è pari a 12 miliardi di euro e ad aprile a 13 miliardi, per una riduzione complessiva nel bimestre di 25 miliardi di euro».

Una vera mazzata, dalla quale tante realtà rischiano di non riuscire più a riprendersi.

Chi ci è riuscito ha fatto ricorso a nuovi canali di vendita, ma vale per circa il 22% che ha potuto attivare la consegna a domicilio o l’e-commerce e domicilio per il 22%. Ma in tanti si scontrano con una pesante crisi di liquidità (60%) e di perdite di commesse e ordini (rilevato dal 59% di loro). Per il 39%, invece, si è trattato di attivare integrazioni salariali, ma solo per l’8% di mettere in atto una riduzione del personale, sviluppo che dunque ha già iniziato a manifestarsi.

Fa capolino anche qualche spunto positivo, come l’acquisizione di nuovi clienti (7,8%) e, più marginalmente, l’incremento di tecnologie digitali (2,3%) e vendite online (1,3%).

Lo choc della crisi pandemica ha determinato effetti pesanti sulla gestione finanziaria delle imprese, Nella quasi totalità dei casi (93% degli artigiani lecchesi) ha causato mancati incassi per caduta del fatturato, mentre il 74% ha denunciato criticità relativamente al cash flow aziendale. Il 56%, invece, ha segnalato ritardi dei pagamenti di privati. Solo il 13,7% ha parlato di ritardati pagamenti da parte della Pubblica Amministrazione.

Poco meno di 9 imprese su 10 necessitano di un sostegno alla liquidità aziendale e l’importo medio regionale indicato per farvi fronte è di 62 mila euro. Il 53% delle micro-piccole imprese lecchesi ha avanzato almeno una richiesta alle banche. In prevalenza si tratta di pratiche di moratoria (64%) e consulenza (62%), mentre è crollata la domanda di credito per investimenti (14,2%).

Ciononostante, gli artigiani lecchesi guardano al futuro con una certa prudente fiducia. Il 52% di loro prefigura un ritorno graduale alla normalità aziendale tra 6 e 12 mesi, mentre il 38% un recupero solo parziale. Solo il 3%, quindi una strettissima minoranza, teme di non riuscire a risollevarsi dopo questa durissima prova. Un parte marginale valuta il passaggio (cessione o ricambio generazionale, in totale il 3%), mentre c’è anche chi è convinto di realizzare un pieno recupero, introducendo conversioni o innovazioni nella produzione aziendale (2,6%).

Quanto a ciò che sarà necessario durante la fase di uscita dalla crisi, infine, gli artigiani chiedono con forza (circa uno su due) un sostegno alla finanza d’impresa, ma anche dinamismo e resilienza delle micro-piccole imprese italiane.


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