Lecco, Festival della meccanica  «Ragazzi,  mettetevi in gioco»

Lecco, Festival della meccanica

«Ragazzi, mettetevi in gioco»

Al campus un confronto sulle difficoltà a trovare tecnici e su come sono cambiate le fabbriche - L’esperienza della Motor Valley emiliana

Lavorare in fabbrica non è più da considerare una “punizione” e nemmeno è un’occupazione degradante: è dagli stabilimenti – da dove ormai non si esce più sporchi e fisicamente provati – della metalmeccanica lecchese che proviene di fatto il benessere di un territorio tra i più ricchi del Paese. n

È questo il messaggio che ieri è stato lanciato ai ragazzi delle scuole superiori del territorio in occasione del Festival della Meccanica, che al Politecnico di Milano ha proposto la tavola rotonda “Scuola e lavoro: la proposta dei territori”. Un incontro durante il quale è stato rimarcato più volte che l’economia soffre il grande gap tra la domanda di tecnici e la disponibilità di figure di questo tipo.

Sotto la regia del giornalista del Sole 24 Ore Luca Orlando e dopo il saluto del prorettore Manuela Grecchi, la parola è passata ai vari relatori, che hanno portato le loro esperienze per raccontare agli studenti la realtà della “fabbrica”, le esigenze delle aziende e le prospettive anche di gratificazione professionale che si hanno scegliendo questo tipo di formazione.

Ha suscitato interesse per primo l’intervento di Alberto Bassi, responsabile della Dallara Academy di Varano dè Melegari, che ha raccontato come la Motor Valley emiliana abbia unito le forze per dare vita a corsi universitari mirati alle esigenze delle principali case motoristiche (tra auto e moto) del Paese, ubicate tutte in un fazzoletto di Emilia Romagna.

«È il frutto del lavoro del consorzio “Muner”, Motorvehicle University of Emilia – Romagna – ha spiegato -: abbiamo creato sei corsi di laurea magistrale costruiti sulle esigenze delle aziende della Motor Valley. Uno di questi corsi ha sede all’interno della nostra azienda e i nostri tecnici diventano anche professori. Oggi contiamo 700 dipendenti e abbiamo bisogno soprattutto di figure con competenze universitarie molto alte: in particolare ingegneri aerospaziali e ingegneri meccanici con specializzazione sui veicoli terrestri. Ma ci sono percorsi paralleli all’università che permettono di avere competenze spendibili in azienda».

Al tavolo era seduta anche Francesca Lozza, direttore commerciale di Temporary, che ha offerto alla discussione alcuni elementi relativi al mismatch tra domanda e offerta.

«Il gap è molto elevato, ma confidiamo di rispondere alle richieste del cliente con gli strumenti di cui disponiamo, come la piattaforma formativa e l’ente interno che ci supportano nella gestione delle risorse umane e nella reperibilità di profili professionali adeguati».

Nei colloqui affrontati nelle agenzie interinali, i ragazzi «spesso fanno errori dovuti alla incapacità di sostenere un colloquio. Non abbiate paura – ha aggiunto, rivolgendosi alla platea -. Noi siamo lì per capire le vostre aspirazioni, mentre le competenze maturano nel tempo. Entrare nel mondo del lavoro non significa iniziare ed essere subito pronti. Dovete solo mettere a disposizione le vostre capacità e la vostra cultura del lavoro, accettando di mettervi in gioco. A formarvi saranno le aziende che vi accoglieranno».

A portare il contributo al seminario ha provveduto anche Piero Dell’Oca, titolare della Tecnofar, una delle tante Pmi che costituiscono l’ossatura dell’economia metalmeccanica territoriale.

«In Italia abbiamo tante eccellenze, ma ciascuna di queste è sostenuta da aziende che rappresentano la base e sono fondamentali per realizzare prodotti che vanno anche sulla Luna - ha detto il relatore rivolgendosi alla platea -. Per farle rendere vanno bene gli ingegneri, ma la richiesta più pressante oggi è poter sostituire le persone che si sono specializzate nel tempo grazie all’esperienza, anche senza scolarizzazione, con figure adeguate. È questo uno dei problemi più grossi: mancano tecnici intermedi».

A tenere banco al Campus di via Previati è stata ieri anche l’esperienza di RoadJob, “start-up anomala”, nella definizione scelta dal presidente Primo Mauri. «Il nostro obiettivo è creare sinergie tra il mondo del lavoro e dell’industria in particolare e quello della scuola».


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