Lecco. Cambiare lavoro?   Sì, se pagano meglio
Indagine di Adecco con oltre duemila lavoratori per misurare la soddisfazione salariale

Lecco. Cambiare lavoro?

Sì, se pagano meglio

I sindacati: i salari restano troppo bassi - «È un tema che stiamo affrontando nelle trattative. Poi c’è tutto il capitolo della riqualificazione»

Quali sono le condizioni determinanti per far decidere di cambiare posto di lavoro? E quelle per restare?

A rispondere è la nuova indagine “Salary satisfaction 2019” realizzata dall’Osservatorio Job Pricing con Spring Professional (Gruppo Adecco) per mappare la soddisfazione degli italiani sul proprio pacchetto retributivo.

Dall’indagine su 2.032 lavoratori emerge che il 69,1% dei lavoratori cambierebbe lavoro per un migliore stipendio fisso: un dato, secondo gli analisti di Job Pricing, che “pone l’accento sull’importanza per i datori di lavoro di posizionarsi correttamente rispetto al mercato”. Ma anche la retribuzione variabile individuale conta (per il 35,1% dei lavoratori).

Tuttavia, il 39,9% dei dipendenti, soprattutto fra gli operai, cambierebbe lavoro a fronte di maggior formazione e possibilità di sviluppo di carriera e il 32,3% lo farebbe in cambio di maggior flessibilità di orario. Solo un quarto (24,6%) cambierebbe per maggiori benefit e welfare.

A trattenere invece i lavoratori in azienda sono soprattutto le relazioni interpersonali positive (48,7%), gli spazi di lavoro (42,1%), la flessibilità di orari (41,5%), i contenuti di lavoro (36,5%), la retribuzione fissa (27,7%), i benefit (22,6%).

«Posto che esiste una seria questione salariale che stiamo affrontando nella contrattazione, i lavoratori delle imprese meccaniche più tecnologiche vogliono riqualificare sé stessi e quindi anche i loro salari – afferma il segretario generale della Uil del Lario, Salvatore Monteduro -, al punto che un numero sempre crescente di loro nel Lecchese mette mano al portafogli per comprarsi manuali e frequentare corsi d’inglese o di informatica che magari l’azienda non mette a disposizione. I lavoratori sanno che la formazione serve sì per trovarsi eventualmente un nuovo lavoro, ma anche per non perdere quello che si ha. Ciò – conclude – sia da spinta affinché le aziende mettano più soldi nel welfare aziendale, affinché i lavoratori possano pagarsi anche questa formazione aggiuntiva».

«I salari non sono adeguati e non bastano a coprire in modo dignitoso i bisogni. Sulla formazione questo Governo – afferma il segretario generale della Cgil, Diego Riva – deve adeguare le risorse, che invece ha ridotto tagliando l’alternanza scuola-lavoro, altrimenti il rischio è quello di lasciare il Paese escluso dal cambiamento».

La segretaria generale della Cisl di Lecco e Monza, Rita Pavan, osserva che «esiste una questione generale di bassi salari, in Italia ma non solo visto che anche la confederazione europea dei sindacati nei mesi scorsi ha lanciato una campagna di sensibilizzazione sul calo del potere d’acquisto. Tuttavia – sottolinea Pavan – ricordo anche l’accordo siglato fra sindacati e Confindustria un anno fa, che nel calcolo degli aumenti salariali introduceva il Tec, il trattamento economico complessivo, che include welfare aziendale e flessibilità di orari».


© RIPRODUZIONE RISERVATA