«Le vostre montagne, che emozione»

Massimo Zamboni, vincitore del Premio Manzoni, racconta l’incontro con la nostra città. La genesi del libro? «Affrontare la storia di famiglia, di quel nonno fascista su cui vigeva la consegna del silenzio»

«Le vostre montagne, che emozione»

«Era la prima volta che venivo a Lecco ed ho scoperto un luogo notevole. Arrivare in treno e trovarsi di fronte improvvisamente le vostre montagne è stato emozionante».
Queste le prime parole di Massimo Zamboni, il vincitore dell’undicesima edizione del premio Manzoni al romanzo storico, che abbiamo sentito il giorno dopo la cerimonia ufficiale. Zamboni ha vinto con il romanzo «L’eco di uno sparo» (Einaudi), precedendo gli altri due finalisti, rispettivamente Antonio Scurati con «Il tempo migliore della nostra vita» (Bompiani) e Leonardo Colombati con «1960» (Mondadori).
La giuria popolare ha dato la sua preferenza al romanzo che racconta la storia di Ulisse, il nonno dell’autore, membro di un direttorio del fascio, che venne ucciso nel febbraio 1944. Una storia intricata, che nella famiglia di Zamboni era avvolta dal silenzio.
Con questo libro Zamboni partecipava per la prima volta ad un premio e l’ha vinto. «Per me era la prima esperienza e vi ho preso parte con un certo interesse anche perché i premi inseriscono un regolamento sportivo in un settore particolare come quello dei libri. Al di là di questo, è stato molto importante perché uno scrittore lavora nel chiuso della sua casa, senza confronti, e potersi misurare con i lettori è fondamentale. L’idea che ci siano stati dei lettori di età ed estrazioni diverse, che hanno creduto nel mio lavoro mi ha dato una grande carica ed una rinnovata voglia di scrivere».
«L’eco di uno sparo» narra una storia privata, la vicenda accaduta alla famiglia materna di Zamboni, ed il fatto che questo racconto «privato» sia diventato pubblico, per il suo autore è una grande soddisfazione: «Ho messo sulla pagina quella mia storia familiare quando ho trovato la chiave giusta; ovvero quando ho capito che quel proiettile che uccise mio nonno, non si è fermato lì ma ha proseguito nella storia; una storia che chiedeva di essere raccontata. Il fatto che oggi tanti lettori la apprezzino, siano di destra o di sinistra, mi ha confermato la bontà delle mie intenzioni».
Uno di questi lettori è stata la madre dell’autore, che in un primo tempo non aveva gradito per nulla il fatto che il figlio indagasse su un fatto così delicato: «L’approvazione di mia mamma è stata importante. Ho capito di aver dato un senso compiuto ad una vita che si era spezzata. Ho ridato la parola ad una famiglia che l’aveva persa».

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