La Fiocchi Munizioni è al lavoro  «I dipendenti si sentono sicuri»
Dopo un periodo di stop, la produzione è ripresa anche alla Fiocchi Munizioni, un’azienda che lavora molto con il mercato estero

La Fiocchi Munizioni è al lavoro

«I dipendenti si sentono sicuri»

L’analisi del presidente Stefano Fiocchi: «Abbiamo chiuso prima perché c’era troppa paura. Ora le nostre misure sanitarie sono di primo livello»

Alla Fiocchi Munizioni, dopo che la paura nei confronti di questo nemico invisibile ha suggerito di chiudere anche prima delle disposizioni del Governo, si è tornati al lavoro già da qualche settimana, ma anche in via Santa Barbara l’approdo alla Fase 2 è visto come un segnale molto positivo.

Del resto, il presidente Stefano Fiocchi, e come lui moltissimi altri imprenditori, è certo che solo la riapertura delle aziende (fatta con criterio e consapevolezza) possa salvare l’economia italiana dal disastro.

Andiamo però per ordine. Come avete affrontato in Fiocchi l’emergenza sanitaria?

«Abbiamo giocato d’anticipo fin dal primo giorno: da fine febbraio abbiamo iniziato a prendere precauzioni per tutelare i dipendenti e via via abbiamo implementato il sistema di sicurezza sanitaria, con distanziamento sociale e accorgimenti su turni, mensa, spogliatoi. Tanto che quando è stato pubblicato il primo Dpcm noi ci eravamo già organizzati».

Nonostante tutto, però dopo qualche giorno avete deciso di chiudere, ancora prima del lockdown disposto dal Governo. Come mai?

«L’abbiamo stabilito insieme alle rsu. I dipendenti avevano paura e non si poteva continuare in quelle condizioni. Ora il sentiment è cambiato e i nostri collaboratori vengono al lavoro tranquilli perché le misure che abbiamo adottato rendono forse la fabbrica più sicura del supermercato».

Il mercato in Italia è praticamente ingessato, ancora soggetto al lockdown. A quali mercati destinate la produzione?

«Armerie, attività sportive e campi da tiro italiani sono chiusi, ma la nostra è un’azienda fortemente caratterizzata dall’export: a eccezione della Difesa Italiana il nostro lavoro è quasi interamente rivolto all’estero. Molta parte della produzione va negli Stati Uniti, che dopo un paio di anni di contrazione sono tornati a crescere, per quanto riguarda il nostro mercato».

Ieri è iniziata la Fase 2, che ci permetterà di compiere un passo verso la riapertura totale, comunque lontana. Crede che fosse il momento giusto?

«Abbiamo vissuto momenti tragici e il problema è tutt’altro che risolto, ma non vorrei che ci si trovasse nella situazione in cui l’operazione è riuscita ma il paziente è morto. Bisogna ripartire, assolutamente, perché l’intera economia italiana è in gravissima sofferenza. Non si può aspettare il contagio zero per riaprire, perché il sistema non reggerà ancora a lungo. Giusto andare per gradi, ma serve che i tempi non siano lunghi».

Quali criteri bisogna seguire, secondo lei, in questo percorso?

«Scegliere per settori è sbagliato: ogni azienda produce un bene fondamentale, quanto meno per chi in quell’impresa lavora e per le rispettive famiglie. Bisogna permettere di ripartire a chi rispetta le regole sulla sicurezza. Anche perché già ci sono comparti, come l’intrattenimento, la ristorazione e il turismo, che impiegheranno anni a riprendersi. Il rischio è che il nostro Paese entri in una profonda crisi economica che potrebbe anche sfociare in tensioni sociali».

Quali sono le misure che il Governo dovrebbe introdurre, per aiutare in modo sostanziale le aziende?

«Ci vorrebbe un’iniezione di liquidità a fondo perso, nell’immediato, sperando che il sistema riceva da questo una scossa positiva e possa ripartire. Ma a livello di economia mondiale c’è di che essere preoccupati».


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